Il grappolo d’uva

Un grappolo d’uva o meglio un prodigio della natura, un grappolo enorme mai visto prima di quel giorno,  un martedì, alle ore 9 del mattino quando Serafina bussò al campanello della nostra casa per offrire a mia madre quel dono, raccolto poche ore prima da lei nel suo vigneto di Camemi.

La zia Serafina,  prima cugina di mia madre, piombava a casa nostra a tutte le ore con evidente malumore di mio padre che ripeteva quel nome con tono forte e ironico rivolgendosi a tutti noi per comunicare il suo disappunto e il suo concetto sul “rispetto degli orari” quando si va in casa d’altri. Serafina non conosceva queste regole né voleva conoscerle, viveva d’istinto, con slanci di generosità a volte eccessiva e con punte di rancore esagerato nei confronti di chi non le dava fiducia e affetto.  Qui era il suo punto debole, la mancanza di amore che aveva contrassegnato tutta la sua vita, dai primissimi anni alla giovinezza e ora alla sua età, quasi 75  , viveva sola in una antica casa dove era rimasta per moltissimi anni accanto al marito, un ricco proprietario terriero.

I figli tutti lontani, in Italia e all’estero, e lei come in un sacrario teneva in vista le foto dei nipoti, in particolare la foto di Mary che viveva in Canada con i genitori, parlava con le immagini, pensava alla vita dei suoi cari e li sentiva vicini anche nei momenti più belli per il suo vigneto, quando le viti si riempivano di grappoli di uva pregiata, nera e bianca, dall’uva “cardinale”allo zibibbo, dall’uva regina alle lagrime di Madonna. Allora Serafina pensava al suo uomo, ai sacrifici da lui affrontati per coltivare la vigna e il frutteto, alle levatacce per trovarsi di buon’ora in campagna e sorvegliare i contadini e seguirli nel lavoro da svolgere.  Ora,  soltanto lei poteva seguire i lavori  dei giovani pagati “a giornata” per la vigna e per il frutteto,  a parte gli alberi d’ulivo che richiedevano attenzione e competenza.

Serafina era presente nei giorni necessari, per sentirsi padrona di quelle tenute per cui aveva accettato di sposare Vincenzo,  un proprietario terriero e potatore maestro specie per le viti e per gli ulivi, lei a soli 16 anni era stata promessa ad un  uomo piccolo di statura e bruno, scuro e magro come un crocifisso orientale, ma ricco e la certezza di poter vivere da signora l’aveva per così dire confortata per tanti anni.

Il suo legame con mia madre era saldo e radicato nel suo animo al punto che non decideva nulla senza parlarne con lei dicendo: “Che dobbiamo fare”? come se la decisione riguardasse non soltanto lei ma anche la cugina prediletta, Paolina, colta e previdente, saggia nel valutare e nel consigliare, severa con tutti e in particolare con noi figlie ancora adolescenti.

Serafina, bella e alta “come una colonna”, dicevano gli altri,   si era dovuta legare ad un uomo per niente bello , “filosofo per natura” come tanti uomini del Sud ed era stata al suo fianco per un lungo periodo della sua vita,  era diventata madre  per 5 volte e dei suoi figli ne erano sopravvissuti 3, tutti maschi, purtroppo  perché Maria  era morta ancora ragazzina,  mentre Angelo era stato vittima di un incidente stradale: due spine nel  cuore per  lei che amava tacere sui figli non più vivi e rivolgeva le sue cure ai tre rimasti in vita.  Serafina  amava  la sua vigna come la sua casa, sapeva tutto dei vitigni, del tempo della potatura, delle foglie che respirano e traspirano senza conoscere il processo di fotosintesi, che a lei non serviva perché la sua terra “fresca e ventilata” come le terre del Gattopardo  era proprio adatta per produrre uva da tavola meravigliosa. Così aspettando i tempi e l’ora della vendemmia trascorreva la sua vita con ritmo lento e monotono proprio delle persone di una certa età ma con un pizzico di entusiasmo per tutto quello che accadeva intorno a lei.  Serafina parlava senza fermarsi,   rivolgendosi a mia madre e a noi che ci sentivamo legate a lei da un particolare “rispetto” e da un’affezione  sui generis come se fosse una nonna adottiva, visto che la nostra non l’avevamo conosciuta. Ricordo di averle raccontato la favola della volpe e l’uva e lei con grande compiacimento ricavava dalla storiella le riflessioni sue personali  suggerendomi di non fidarmi di quelli che disprezzano tutto e tutti perché presi da una grande invidia  per ogni essere umano che avesse raggiunto qualche meta,  perché il mondo è cattivo e quel che ci salva è l’amore di Dio e del prossimo.  Per queste sue convinzioni Serafina andava  ogni mattina ad ascoltare messa nella vicina chiesa dell’Immacolata dove si ritrovava con mia madre e con le sue amiche che, dopo essere state in chiesa,  chiacchieravano del più e del meno, si fermavano a comprare il pane e la frutta come il pesce o altro.  Tutto nella piccola città della mia infanzia era a portata di mano e la frutta viene ancora oggi venduta  nei negozi appositi ma ancor meglio dai produttori che sistemano davanti l’uscio di casa una sedia con dei campioni  tipo un pomodoro, un grappolo d’uva, una o due pesche e altro per richiamare l’attenzione dei passanti e dire che “a parte di casa” si compra  il prodotto  fresco e a buon prezzo.

Ed è proprio vero, ed era ancor più vero nel passato quando tanti vendevano in privato e i frutti della terra erano di certo più saporiti e più genuini.  Ma Serafina,  di fronte a tanta ostentazione,  diceva tra sé e sé: “questi non hanno l’uva di Camemi,  lo vedo e se io dovessi  venderla così al minuto,  quanto dovrei chiedere”? E allora si rivolgeva a mia madre  per esaltare la dolcezza di quel prodigioso grappolo per il quale lei  più volte chiedeva consensi e ammirazione  quasi a sentirsi amata e compresa anche  così,  attraverso il frutto della “sua” vigna. Il senso di appartenenza,  la fierezza di essere proprietaria di una  tenuta molto ampia e ricca non solo di vigneti  ma di alcuni alberi da frutta,  la rendevano paga e serena nonostante le vicende attraversate e vissute per grazia di Dio-lei diceva-con onore e a testa alta  riferendosi  alla sua onestà e alla sua  dirittura morale,  appresa fin dall’infanzia  dalla bontà e dalla dignità della madre e dei parenti di lei. “La famiglia – era il suo motto preferito – è tutto”  quando ci si vuol bene e non si vedono nottate e giornate  di lavoro e di sacrificio per progredire, per cercare le cose migliori e le persone migliori di noi come amici, non i più ricchi perché hanno cento vizi e poche virtù,  ma quelli che sono “buoni di natura e per educazione”.

Questo il parlare di Serafina,  semplice per chi la incontrava  ma ricca di saggezza e di bontà che si riflettevano in un voler donare sempre qualcosa alle persone care,  a mia madre, a noi ragazze così ignare e sprovvedute.

Quando fui prossima alle nozze, la vidi piena di gioia arrivare come al solito in casa dei miei per donarmi un tovagliato di fiandra bianca con strisce colorate :  “lo metterai ogni giorno per preparare bene la tavola come sai fare tu-mi disse- e non dimenticare,  al tempo dell’uva, di sistemare su un bel piatto di  ceramica  alcuni grappoli  perché portano bene, allegria e unione in famiglia come accade con il vino buono ricavato dalle nostre uve”.  Così Serafina condivideva gioie e tristezze, sapeva consigliare e incoraggiare riferendosi al volere di Dio che vede e provvede solo che noi non sappiamo leggere nel “libro del Padreterno”.

La produzione,  con l’aiuto divino,  era sempre ricca per la vigna e per gli altri alberi e il ricavato serviva a sostenere i costi  per la manodopera e dava a Serafina la possibilità di vivere dignitosamente anche se a lei bastava poco sia per vestirsi che per il cibo quotidiano.  Ogni anno l’uva di Camemi le dava entusiasmo e gioia nel consumarla, tanto da seguire, nel periodo della vendemmia,  una vera e propria “cura dell’uva” di cui oggi si fa un gran parlare da parte di dietologi e psicologi.

Il grappolo d’uva,  che ritorna alla mia memoria con insistente armonia e per la sua bellezza e per la sua bontà,  si lega  alla vita della mia famiglia ai tempi  in cui l’infanzia era tale e la vita di uno di noi veniva inserita nella vita di tutto il clan familiare per condividere la gioia e il dolore le difficoltà e le gratificazioni con una visione della vita e degli avvenimenti  da definirsi “unitaria” senza fratture o malintesi. Come gli acini legati al racemo e vicini uno all’altro, ci sentivamo vivere insieme e serenamente, lieti delle piccole cose e appagati dagli avvenimenti più significativi come la nascita di un fratellino, le nozze di una cugina, la laurea di una di noi. Ricordare è una delle note più rasserenanti per la vita di oggi, caotica e dispersiva forse perché abbiamo troppe cose, ci affanniamo più ad avere che ad “essere”, dimenticando che il nostro tempo è fin troppo breve.

   

 

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Mostarda di uva

Ingredienti

1 litro di succo d’uva- 4 cucchiai di amido per dolci- 4/5 cucchiai di zucchero- 1 cucchiaio di cacao in polvere- 1 cucchiaino di caffè in polvere- una bustina di vaniglia.

Procedimento

Sciogliere l’amido in un po’ di succo d’uva, unire il cacao e il caffè, quindi lo zucchero e la vaniglia, poi aggiungere il succo restante e mettere a cuocere su fuoco basso rimestando con un cucchiaio di legno fino a raggiungere la consistenza di un budino. Sistemare il composto in piatti grandi e decorare con scaglie di cioccolato e mandorla tostata.