Preghiera a San Giuseppe

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, insieme con quello della tua santissima Sposa. Deh! Per quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all’Immacolata Vergine Madre di Dio, e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno, la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potere ed aiuto soccorri ai nostri bisogni. Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amatissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del bambino Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo. Amen.

La minestra di San Giuseppe

La minestra di San Giuseppe

Il 19 Marzo di qualche tempo fa, mi sono ritrovata nella piccola città della mia infanzia e ho rivisto persone e cose che la mia mente aveva forse accantonato non per rimuoverle dal mio animo ma per una serie di situazioni contingenti che non sto a dirvi. San Giuseppe, definito dalla devozione popolare “lu gran patriarca”, viene venerato e festeggiato in molte località della nostra isola e se per fama conosciamo gli altari o le “cene” di Salemi, dove abili mani preparano artistiche sculture di pane azzimo che ripropongono simboli  sacri e profani, anche nell’Agrigentino la fede e la tradizione danno alla festa del Santo un colore particolare

A Ribera, il “governatore” della festa  si avvale della collaborazione di un comitato che organizza insieme alle autorità religiose la preparazione dei festeggiamenti in onore di San Giuseppe. Caratteristico è un carro votivo detto “stragula”, formato da rami di alloro che fanno da supporto ai pani in onore del Santo. Mi sono chiesta se il nome stragula possa riferirsi ai cumuli di grano che venivano sistemati sull’aia durante la mietitura o se indica il supporto su cui poggia la struttura del carro. Di fatto la “stragula” viene portata in giro per le vie della città a significare l’abbondanza del pane e quindi del cibo necessario alla vita di ogni giorno.

Il corso Umberto viene addobbato con archi di luci colorate e sulla piazza antistante la Chiesa Madre viene allestito un palco adorno di palme pronto per lo spettacolo serale, a conclusione della festa, dopo la tradizionale processione per le vie della città. Ricordo una preghiera antica che recita così: .San Gisippuzzu Vui siti lu patri e Maria la nostra matri,  Maria è la rosa , Vui siti lu gigliu, datimi aiutu, cunfortu e cunsigliu.

Il giorno 19 marzo, dopo un triduo di preghiera, in ogni parrocchia  si celebra una messa solenne in onore del Santo, viene benedetto il pane che verrà distribuito ai presenti e portato alle persone assenti, specie agli ammalati. Prima della celebrazione della messa, all’esterno della parrocchia, alcuni volontari organizzano la minestra di San Giuseppe, utilizzando un enorme fornello a carbone o a legna  sul quale sistemano un pentolone simile a quello che si usava per la preparazione della salsa di pomodoro da imbottigliare e conservare.

La minestra ci riporta ai tempi tristi del dopoguerra, quando i poveri erano numerosi più di ora e chiedevano ai conventi e alle famiglie ricche una scodella di cibo per sfamarsi. Non a caso mia nonna Tina, che non era molto ricca, metteva giù nell’acqua di cottura della minestra  un pugnetto di riso o di pasta in più pensando al povero del paese che bussava frequentemente alla sua porta per chiedere qualcosa. La minestra del 19 marzo viene preparata  utilizzando le verdure di stagione , in particolare il finocchietto selvatico e il cavolfiore, e unendo alle stesse prima il riso e poi la pasta corta, in passato nota come “minuzzaglia”, cioè i frammenti di pasta  che il proprietario del pastificio non riusciva a vendere  ai suoi abituali clienti e quindi regalava ai poveri.

Una figura emerge dall’album dei ricordi, un padre di 8 figli ancora piccoli, di nome Giovanni,  manovale  innamorato della sua donna, Assunta e della vita grama che era chiamato a vivere negli anni ‘50, proprio lì nella piccola città della mia infanzia. Giovanni sapeva suonare la chitarra, cantava stornelli siciliani con grande passione tanto che negli anni ‘70 venne chiamato dalla radio locale  per trasmettere la sua musica e le sue canzoni e riusciva  a trasmettere gioia ed entusiasmo agli  ascoltatori.

Proprio Giovanni , il giorno di San Giuseppe, come per un antico rito, aiutava la moglie a preparare la minestra  tradizionale  mettendo a cuocere le verdure raccolte  in un terreno vicino, situato all’uscita del paese . Al momento di mettere giù il riso e la pasta, Giovanni faceva notare al più grande dei suoi figli che il riso era poco per 10 persone e la “minuzzaglia” poteva bastare per 4 persone, ma fiducioso nella Provvidenza invocava San Gisippuzzu e continuava  il suo lavoro di cuoco. Al momento di portare in tavola la minestra fumante, Giovanni notava che  il piatto di ognuno era colmo e  iniziando il pranzo ringraziava il Santo per il cibo abbondante che tutti consumavano con grande gioia  e commozione. Così raccontava Giovanni e credeva nel miracolo che si ripeteva ogni anno.

Ai tempi d’oggi la minestra di San Giuseppe viene offerta a tutti quelli che la chiedono, ignari che il padre dei poveri e il capo della santa casa di Nazareth, in passato riusciva a operare  miracoli nella umile  casa  di una famiglia ricca di fede e di speranza.