La pazienza

Nei miei anni giovanili, mi affrettavo per ogni situazione da affrontare, per alcuni problemi da risolvere, per arrivare puntuale in ogni occasione e mi chiedevo il perché di tanta fretta. La mia vita era caratterizzata da una sorta di insofferenza per la lentezza di alcuni, per la pigrizia di altri, per la poca attenzione di alcuni alunni ai quali dedicavo le mie lezioni di Letteratura italiana e di Storia.

Nel corso degli anni, gli stessi alunni poco diligenti, dopo aver conseguito la maturità, mi incontravano e ricordavano il loro comportamento così lontano dal loro presente. Alle loro domande rispondevo con pazienza e in modo evasivo, che era la loro vivacità, propria degli adolescenti, a non impegnarli.

Poche volte ho esercitato la pazienza, anzi mi preoccupavo e mi occupavo del giornalino dell’Istituto, del gruppo folk che avrebbe partecipato alla festa del mandorlo in fiore di Agrigento. Parte della mia vita, vissuta nella scuola e per la scuola, mi portava alla sintesi immediata, alle riflessioni da comunicare ai giovani alunni, senza indugiare o “perdere tempo”.

La pazienza, definita virtù dei forti, è una dote rara e necessaria per vivere serenamente i rapporti interpersonali, per capire che bisogna saper aspettare perché non si può avere tutto e subito. Così dalla vita giovanile alla maturità, mi sono convinta di esercitare la pazienza, che vuol dire capacità di ascoltare, di saper accettare il punto di vista dell’altro, di tacere quando è il caso, di voler bene a chi è più debole e ha bisogno di attenzione.

                                                                  Nella Cusumano Lombardo

L’asino zoppo

Una mia cara amica  è venuta a trovarmi e mi ha salutato così: “lu meggliu sceccu m’azzuppà” che vuol dire “l’asino migliore mi è diventato zoppo” riferendosi al malleolo del mio piede, fratturato e ingessato da giorni. ragion per cui, con un grande sorriso le ho chiesto se mi considera il suo asino migliore fra i tanti di sua conoscenza. Mi ha risposto con un grande abbraccio.

Francesca, fedelissima dell’associazione Aifo (amici di Raoul Follereau, grande giornalista mancato negli anni ’70) mi ha portato anche  un dolce, preparato dalle sue mani e sopratutto la sua giovialità. Follereau affermava che essere felici è far felici gli altri e con altre riflessioni contenute nei suoi scritti, invitava  tutti, specie i giovani, a costruire un mondo fondato sull’amore perché  l’essere umano ha bisogno di pane e di tenerezza.

Ritorno all’asino , simbolo di pazienza e di docilità, ripenso all’asinello della grotta di Betlemme, all’asino  carico di due  grandi ceste,utilizzato dai contadini negli anni del dopoguerra, allo zio Serafino, proprietario terriero, che tornava  da Cannamasca all’imbrunire, a dorso del suo asinello, destando curiosità in noi bambini che lo aspettavamo giocando all’aperto, in quella via Pellegrini che esiste e fa parte della piccola città  della mia infanzia.

Miei cari lettori, sono contenta di scrivere dell’asinello e mi ripropongo di portare pazienza, considerata al mia frattura, che dovrò tenere fino al 7 maggio, sperando che in seguito possa riacquistare la mia autonomia..

Un solo piede

Dal lunedì santo mi ritrovo con il piede sinistro fratturato e ingessato, a causa di una caduta banale  in casa mia, nel soggiorno- cucina dove di solito vivo e mi muovo.

Se la natura ci ha dotati di due braccia, due gambe, due piedi e altro,,,, immaginate come vivo facendo forza sul piede destro e saltellando quando e come posso.

Miei cari lettori, cerco di fare di necessità virtù e ringrazio il buon Dio e i miei Santi per non aver preso altre fratture rovinose. In ospedale, dalla tac ripetuta nell’arco delle 24 ore, la mia testa risulta salva e questo  mi consola. Per il resto dovrò rimuovere il gesso il giorno 8 maggio e mi auguro di sentirmi meglio con la riabilitazione dell’arto, con l’aiuto delle mie care collaboratrici e con l’affetto dei miei familiari e degli amici, vero tesoro per ognuno di noi specie nei momenti difficili.