Non amare il florido ramo

Non amare il florido ramo

non mettere nel tuo cuore

la sua immagine sola:

essa avvizzisce.

Ama l’albero intero

così amerai il florido ramo

la foglia tenera e la foglia morta

il timido bocciuolo e il fiore aperto

il petalo caduto e la cima ondeggiante

lo splendido riflesso dell’amore pieno.

Ama la vita nella sua pienezza

essa non conosce decadimento.

 J. Krishnamurti

 

Nota : L’autore è un filosofo indiano vissuto fino al 1906. I suoi versi trasmettono bellezza e serenità per la grande pienezza di vita che l’autore comunica.

La natura e i poeti

In ogni periodo letterario, i poeti hanno cantato la natura, le sue bellezze, la sua virtù consolatrice degli affanni che gravano sulla nostra vita quotidiana. Anche i mesi trovano largo spazio nei versi dei poeti dell’Ottocento e del Novecento, ma elencarne alcuni non è impresa facile e di breve respiro. Penso al Pascoli, a Quasimodo, a Montale, per citare quelli che vivono, respirano dentro  il mio animo e mi aiutano a capire meglio il loro vissuto e anche il mio. Rileggo le Myricae del Pascoli, Odore di eucaliptus, Il falso e vero verde di Quasimodo, I limoni e Per un fiore reciso  di Montale e nuove emozioni emergono e mi stupiscono. Amo la poesia e i poeti che l’hanno composta, in vario modo e in tempi diversi. Non dimentico gli scrittori noti per altra produzione, come Luigi Pirandello, autore di poesie o meglio frammenti poco noti al grande pubblico.

Ne trascrivo una, dal titolo  Ritorno

Casa romita in mezzo a la natia

campagna, aerea qui, su l’altipiano

d’azzurre argille, a cui sommesso invia

fervor di spume il mare aspro africano,

te sempre vedo,sempre da lontano,

se penso al punto in cui la vita  mia

si aprì piccola al mondo immenso e vano:

da qui-dico-da qui presi la via.

Da questo sentieruolo tra gli olivi,

di mentastro, di salvie profumato,

m’incamminai pe’ il mondo, ignaro e franco.

E tanto  e tanto, o fiorellini schivi

tra l’erma siepe, tanto ho camminato

per ricondurmi a voi, deluso e stanco.

I versi, nella loro composta misura, trasmettono immagini forti e suggestive, dal mare africano che bagna la mia isola, alle piante semplici, agli ulivi, che il nostro autore agrigentino prediligeva,tanto da suggerire al figlio Stefano un grande olivo saraceno per la scenografia de I giganti della montagna. Il ritorno del nostro è il ritorno ideale di ciascuno  di noi nella propria terra, il bisogno di ritrovare le proprie radici e l’inizio della nostra storia personale.

Per me è una grande e commovente storia quella dei miei lontani progenitori, quella dei nonni e dei miei genitori che hanno dato luce e forza alla mia giovinezza.

Nella Cusumano Lombardo