Il bue e l’asinello

Non mi sono mai chiesta perché il bue e l’asinello, nel presepe, stanno vicini al Bambino Gesù. Direte per scaldare il piccolo infreddolito e avvolto in poveri panni, ma la ragione è molto lontana  dalle nostre semplici considerazioni.

L’asinello, che in seguito ritroveremo nei Vangeli, negli anni della vita pubblica del Messia, rimane così vicino al Bambino e simboleggia la  pazienza e l’umiltà, doti rare per noi esseri umani. Molti affermano che l’asino non è un animale stupido, anzi possiede una intelligenza pari a quella di tanti quadrupedi. Inoltre, se viene bastonato perché indugia nel camminare, cammina e non protesta, lo stesso se viene svegliato per qualche ragione. Il bue è simbolo della forza necessaria per affrontare i pericoli e le difficoltà della vita. I due animali, graditi e accettati  da Maria e da Giuseppe, significano molto per le doti che rappresentano,  anche se la nostra visione del presepe non è sempre efficace per la nostra crescita spirituale.

Buon Natale, miei cari lettori.

 

Ritorna il Natale

Ogni anno, come un rito, torniamo a rivivere il Il Natale del Signore, è così per tutti i credenti in Cristo. Pensiamo che il Messia non viene per risolvere i nostri problemi, ma per aiutarci a risolverli, non viene per abolire le contraddizioni di questo nostro tempo tormentato, ma ci è vicino perchè possiamo renderci conto del bene e del male che ci stanno intorno. Aspettiamo un Bambino, che con la sua fragilità e innocenza è vicinissimo ad ognuno di noi, ci fa sentire deboli e forti nello stesso tempo, pronti ad accoglierlo come amico e come fratello se vediamo gli altri esseri umani sofferenti e poveri , come persone degne di attenzione e di amicizia.

Per un Natale buono

Il Natale ritorna per ognuno di noi  e il trascorrere veloce dei giorni e degli anni ci ripropone  il vecchio adagio: ” il tempo vola e così la nostra vita continua secondo un  programma che non è il nostro o quanto meno non risponde ai nostri desideri”... Gli anni che contiamo a ritroso valgono per tutte le esperienze da noi vissute e attraversate, ma  conta di più il momento presente, quello che viviamo hic et nuncripensando al carpe diem oraziano e alla saggezza dei proverbi dei nostri avi. Oggi rivolgiamo ai nostri cari l’augurio di buon  Natale, ma ieri sera ho appreso che bisogna augurare un Natale buono per sottolineare la esigenza profonda avvertita dai più perché si arrivi alla pace tra i popoli, al fermo per la vendita delle armi, alla comprensione e all’accettazione degli esseri umani diversi da noi per razza e religione.

Madre Teresa di Calcutta affermava che “ogni essere umano ha un valore, ragion per cui il cristiano viva da buon cristiano, il musulmano da buon musulmano , il buddista da buon buddista” e così via. Questa riflessione si trasformi in un augurio per tutti voi, che amate di certo un Natale buono.

Francesco e il Natale

Era il 1223, circa due settimane prima della Natività e Francesco dimorando nel romitorio di Fontecolombo chiamò il suo amico Giovanni Velita, signore di Greccio, invitandolo a preparare quanto sarebbe servito per la celebrazione natalizia: ” ‘Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello’. Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal santo. E giunse il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucarestia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava ‘Bambino di Betlemme’, e quel nome ‘Betlemme’ lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva ‘Bambino di Betlemme’ o ‘Gesù’, passata la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole. Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso (Giovanni Velita), ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del santo, il fanciullo Gesù veniva resuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. Estratto da: Francesco d’Assisi e la Valle reatina di Paolo Rossi paolorossi62@tele2.it

Il presepe e l’albero di Natale

Ogni anno il presepe e l’albero di Natale ci parlano col loro linguaggio simbolico. Essi rendono maggiormente visibile quanto si coglie nell’esperienza della nascita del Figlio di Dio. Sono i segni della compassione del Padre celeste, della sua partecipazione e vicinanza all’umanità, che sperimenta di non essere abbandonata nella notte dei tempi, ma visitata e accompagnata nelle proprie difficoltà. L’albero proteso verso l’alto ci stimola a protenderci “verso i doni più alti” (cfr 1Cor 12,31), a innalzarci al di sopra delle nebbie che offuscano, per sperimentare quanto è bello e gioioso essere immersi nella luce di Cristo. Nella semplicità del presepio noi incontriamo e contempliamo la tenerezza di Dio, manifestata in quella del Bambino Gesù. Il presepe, quest’anno, realizzato nella tipica espressione dell’arte napoletana, è ispirato alle opere di misericordia. Esse ci ricordano che il Signore ci ha detto: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12). Il presepe è il luogo suggestivo dove contempliamo Gesù che, assumendo su di sé le miserie dell’uomo, ci invita a fare altrettanto, attraverso azioni di misericordia. L’albero, proveniente quest’anno dalla Polonia, è segno della fede di quel popolo che, anche con questo gesto, ha voluto esprimere la propria fedeltà alla sede di Pietro. Cari bambini, il mio grazie è rivolto soprattutto a voi. Nei vostri lavori avete trasferito i vostri sogni e i vostri desideri da innalzare al cielo e da far conoscere a Gesù, che si fa bambino come voi per dirvi che vi vuole bene. Grazie per la vostra testimonianza, per aver reso più belli questi segni natalizi, che i pellegrini e i visitatori provenienti da tutto il mondo potranno ammirare. Grazie! Grazie! Questa sera, quando si accenderanno le luci del presepe e dell’albero di Natale, anche i desideri che avete trasferito nei vostri lavori di decorazione dell’albero saranno luminosi e visti da tutti. Grazie! Il Natale del Signore sia l’occasione per essere più attenti alle necessità dei poveri e di coloro che, come Gesù, non trovano chi li accoglie. A voi qui presenti, ai vostri cari e a quanti rappresentate, formulo un sentito augurio di Buon Natale. Vi assicuro la mia preghiera affinché il Signore accolga ed esaudisca le vostre attese. Anche voi pregate per me e per il mio servizio alla Chiesa. E ora darò la benedizione a tutti voi, ma prima tutti preghiamo la Madonna, insieme: [Ave, o Maria…] © Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Babbo Natale

Fra le figure natalizie, la più nota nel mondo intero è senza dubbio Babbo Natale. Erede di un personaggio storicamente esistito, San Nicola, nato nel IV secolo in una ricca famiglia di Patara, in Turchia, fu vescovo di Myra, in Licia, da dove nel 1087 verranno trafugate le sue spoglie da cavalieri italiani che le porteranno a Bari, città in cui vengono conservate fino ad oggi. Di San Nicola si racconta la bontà infinita, rivolta ad aiutare i più poveri fino a spendere quasi tutto il suo patrimonio. Una leggenda vuole che egli assicurasse la dote alle tre figlie di un nobiluomo caduto in povertà, recapitando di persona tre sacchi d’oro, in tre sere successive. L’ultima sera, trovando la porta chiusa, si arrampicò sul comignolo e da lì fece cadere le monete nel camino, dove erano appese ad asciugare alcune calze. San Nicola che per gli olandesi è Sinter Klaas, negli Stati Uniti diventa Santa Klaus, forse per una cattiva pronuncia degli abitanti locali. Raffigurato oggi come un simpatico vecchietto panciuto in abito rosso e bianco, il personaggio è noto in tutto il mondo e ognuno lo chiama nella sua lingua. Infatti in Finlandia e precisamente in Lapponia, dove “vive”, è Joulupuldd, in Brasile è Papai Noel, in Lituania è Kaledu Senu, in Inghilterra Father Christmas. In Giappone i bambini impazziscono per Kurohsu, a volte raffigurato con un paio d’occhi sulla nuca e affiancato ad Hoteiosho, una divinità locale che porta regali ai bravi piccini. San Nicola è noto come patrono di Bari ed è venerato come tale in molte città meno famose, come Ribera, piccola città della mia infanzia.