Pierrot e il carnevale

Nei lontani anni della mia infanzia, a Carnevale tutti i bambini amavano vestirsi in maschera, e poiché non esistevano i costumi già preconfezionati,per esaudire il desiderio di alcuni, si inventavano nuovi travestimenti, come la damina, la fioraia e altro. Per fortuna il vestito  di Pierrot esisteva ed era stato confezionato da una delle zie, che utilizzando una stoffa bianca di raso , aveva creato dei larghi pantaloni e una blusa adorna di 4 bottoni di velluto nero. Il cappello di stoffa nera a larghe falde si era logorato per l’uso e quindi potevamo vederlo in alcune foto dell’anno precedente.

Il vestito di Pierrot era stato  indossato per anni da tutti i miei cugini, che crescevano e non potendo indossarlo lo passavano a noi piccoli, creando una grande confusione in ognuno di noi. Allora mia madre decideva di mettere a sorteggio i nomi di ciascuno e il primo sorteggiato avrebbe indossato il vestito di Pierrot.

Noi piccoli non sapevamo nulla della storia di Pierrot, ma eravamo attratti da quel vestito e dal viso bianco, ottenuto con tanto talco mescolato con acqua e passato sul viso del fortunato. Per il carnevale Pierrot tornava a circolare per le vie della piccola città della mia infanzia tra lo stupore e l’ammirazione di tanti bambini, felici  di seguire Pierrot seminando coriandoli e stelle filanti per tutto il percorso che si concludeva in una piccola piazza, fra tante altre maschere improvvisate e no.

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Le tre piccole e il trucco per la festa di Carnevale

Le tre nipoti piccole, formavano un grazioso trio e lasciavano in disparte Giusy e Michele, quando nei giorni di Carnevale pensavano di vestirsi in maschera e di farsi truccare dalla zia Nella. Venivano al primo piano della casa dei nonni e senza destare alcun sospetto si radunavano nella stanza in fondo al corridoio, stanza  della zia che custodiva nei cassetti dell’armadio antico tutte le matite, gli ombretti, i rossetti e la cipria che adoperava per truccarsi un po’.

Rosangela, la prima delle tre bimbe chiedeva di poter vedere i colori e sceglieva quelli più adatti a lei, che amava disegnare e creare immagini  sui fogli di quaderno. Claudia, con la sua vocina squillante chiedeva gli ombretti e tutto il resto affidandosi alle cure della zia Nella, che si preoccupava anche di Lory, buona e tranquilla, per non creare disparità tra le due sorelline gemelle. I nonni sapevano dell’operazione-trucco e lasciavano fare compiaciuti.

Vestirsi a Carnevale era d’obbligo per le tre bimbe perché a scuola la maestra aveva detto di una grande festa da organizzare, con tanti buoni dolci e musica. Una grande gioia si leggeva negli occhi delle tre bimbe che si guardavano e riguardavano allo specchio dell’armadio antico e commentavano il modo della zia, confabulavano sulla festa e si preparavano a recarsi a scuola accompagnati dal nonno e da mamma Caterina, che preoccupata di altre cose  non si dedicava certamente al trucco di Carnevale. Al ritorno da scuola le tre piccole raccontavano e raccontavano senza stancarsi e si preparavano al pranzo  che la nonna Concettina aveva preparato con tanta cura e affetto.

Così era il Carnevale negli anni  felici dell’infanzia, da ricordare perché appartiene al passato? Forse, anzi penso di si, mie care piccole nipotine ora cresciute ma sempre presenti nel ricordo di quei giorni sereni, quando tutti, me compresa, eravamo giovani.

Castagnole di Carnevale

Ingredienti: 2 uova intere, 2 tazzine di zucchero, i cucchiaio di rhum o cognac, scorza     di 1 limone, 50 gr di burro fuso, gr. 300 di farina 00 ( o quanto basta), 1 cucchiaino di lievito per dolci.

Procedimento: lavorare le uova intere con lo zucchero, aggiungere il burro fuso e via via gli altri ingredienti fino ad ottenere una pasta morbida. Stendere dei filoncini di pasta, tagliare a tocchetti e formare delle palline grosse come noci, inciderle con un taglio orizzontale e friggere il olio bollente. Il segreto per la riuscita sta nell’adoperare un pentolino profondo e riempito di olio a metà. Spolverare le castagnole con zucchero semolato e cannella. Buon lavoro.

Nella Cusumano Lombardo

Il Carnevale di Bianchino

Il coniglio Bianchino, dopo il periodo della neve e del freddo, si accorse che era già arrivato il Carnevale, festa per i bambini e per i grandi in tutte le città del mondo.

Si chiedeva: Perché il carnevale è una festa? Le maschere cosa significano?Pensando e ripensando sentì un rumore di passi e guardandosi intorno vide  le sue amiche Gianna e Celestina che aiutavano l’orsetto Potj a vestirsi in maschera perché quella domenica c’era la sfilata delle mascherine per le vie della città. Il vestito che  indossava l’orsetto raffigurava un gattino dal pelo rosso e bianco, con una coda morbida e lunga che si attorcigliava su se stessa e serviva al piccolo per farsi notare di più.

Bianchino osservava da lontano e si divertiva a vedere il suo amico vestito da gattino perché le piccole orecchie di Potj, bianche e appuntite uscivano dal berrettino e sembravano quelle di un vero gatto. Però il coniglio non sapeva quale maschera scegliere e  come vestirsi e allora chiese consiglio alle due amiche, che dopo aver pensato un po’ gli dissero: “Vestiti da volpe, così potrai evitare le cattiverie di quella bestiaccia furba che  mangia i pulcini, le ochette e anche i coniglietti e li coglie di sorpresa,di notte, quando dormono”.

A Bianchino  piacque molto l’idea di vestirsi da volpe e andò per i negozi a cercare il suo vestito, che trovò  in piazza Matteotti, nel negozio di Antonietta. Così in un attimo, senza aspettare un minuto di più, la volpe fu pronta per farsi ammirare da tutti.

Intanto Gianna e Celestina pensavano a tanti bimbi che non potevano partecipare alla sfilata delle maschere perché non avevano il vestito adatto o perché qualcuno dei loro cari stava male e allora allontanandosi dalla piazza tornarono a casa e pensarono di preparare i dolci di carnevale, cioè le chiacchiere e le castagnole che la zia Nella preparava ogni anno. Si misero al lavoro alla svelta  e  riuscirono  a confezionare  dolci buonissimi e abbonanti da riempire un bel vassoio di cartone dorato , da regalare ai bambini dell’Istituto di via Denaro, che di sicuro erano rimasti da soli senza poter andare alla festa in piazza.

Perché tante mascherine, tanti coriandoli, stelle filanti? Forse il carnevale è solo la festa dei bambini che amano giocare vestendosi in maschera, pensò Bianchino, oppure è la festa dell’amicizia e della bontà, visto che Gianna e Celestina sono state così brave a preparare tanti dolci gustosi?

Che ne pensi, mia cara Anastasia? E voi, cari ragazzi, cosa ne dite? il carnevale significa qualcosa per voi?

Nella Cusumano- dal libro Raccontami una storia-Lithos editore- Castelvetrano (TP)

A Carnevale

Nel periodo del dopoguerra, nella nostra Sicilia, le feste importanti erano il Natale e la Pasqua, i dolci venivano preparati in casa utilizzando le risorse disponibili, in particolare l’olio e il vino, le uova e gli agrumi. Un sogno per noi bimbe erano i cioccolatini,  per cui il ricordo delle tavolette di cioccolato americano che la signora  Attanasio regalava a mia madre quando riceveva i “pacchi” da un suo zio  emigrato negli Stati Uniti, si lega ad altre immagini della mia infanzia trascorsa  felicemente nonostante le difficoltà di quel momento storico. L’arrivo del “pacco” dall’America destava gioia e curiosità nell’animo del destinatario che chiamava a convegno i parenti e i vicini di casa perché assistessero all’apertura di quel dono straordinario. Come se si celebrasse un rito assai significativo, si toglieva l’involucro esterno, si apriva delicatamente il pacco su di un lato  e poi si  tiravano fuori i doni: erano indumenti, capi di biancheria in nailon, calze velate, stoffe da far confezionare alla propria sarta, dolciumi per i bambini. Le enormi tavolette di cioccolato al latte erano una delizia per i nostri occhi  e avevano più valore di ogni altra cosa e mentre  veniva assegnato un dono a ciascuno dei presenti, noi bimbe sentivamo  il sapore e l’odore del cioccolato prima ancora di assaggiarlo. Mia madre ci sollecitava alla moderazione guardandoci in un certo modo mentre noi cercavamo di frenare la nostra impazienza infantile muovendo le sedie , bisbigliando qualcosa e ridendo per nulla.

Era giusto il periodo di Carnevale, nei primi di marzo del 1948, quando il pacco della signora Attanasio distraeva  alcune mamme dai soliti preparativi, tipo la preparazione delle frittelle o la ricerca dei vestiti di Pierrot o di Arlecchino, che quell’anno erano diventati troppo stretti per me e per mia sorella, tanto che  le zie li avevano chiesti per i cuginetti più piccoli.

Allora il broncio  regnò sul nostro viso  per tutto il giorno, finché un’idea geniale venne in aiuto di mia madre, che disse compiaciuta: “Vi vestirete da fioraia e da damina, avrete dei vestiti di carnevale che non immaginate neppure”. Liete e sorridenti il broncio andò via e in attesa del miracolo che stava accadendo, mia sorella ed io ci trastullavamo in mille modi.

Mia madre addobbò mia sorella da fioraia  sistemandole addosso una stoffa variopinta  arricchita da un grembiule tessuto e ricamato con un nastrino di seta  da mia nonna Tina; a completare il vestito un grande cesto pieno di rose di stoffa e un foulard legato sulla nuca. Per me invece, il vestito consisteva in una tunica bianca con maniche lunghe, trattenute al polso da un sottile elastico, sulla quale veniva appoggiata una striscia di pizzo filet di color ecru lucido, avanzata dalla confezione di una coperta matrimoniale  del corredo di mia madre ; il copricapo consisteva in un rettangolo dello stesso pizzo fermato da un fiore di stoffa. A completare il tutto una collana lunga  formata da piccoli coralli bianchi intrecciati in più fili e chiusa da pietre rosse e bianche di origine sconosciuta. Non appena vestite, Caterina ed io, festanti per i nuovi vestiti di Carnevale andavamo dalle zie e dai vicini di casa per riscuotere approvazione e consenso e in quel peregrinare ci sentivamo felici e appagate.

Intanto un fotografo “di strada” fermandosi  volle fotografare tutte le bimbe  vestite in maschera, ma noi due, sempre imbronciate, non accennavamo ad un sorriso forse perché il carnevale finiva giusto quel giorno….

Nella Cusumano

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