La “sceza”

Così veniva detta l’ascensione di Gesù al cielo nel dialetto tipico dell’Agrigentino e in particolare di Ribera, piccola città della mia infanzia. Si festeggiava di giovedì, da quello che ricordo, perché noi ragazzi partivano presto per la campagna e ci recavamo nella zona del fiume Verdura, che bagna tuttora gli agrumeti della omonima valle, tra Sciacca e Ribera. L’agrumeto acquistato da mio padre negli anni ’60 è sito nella contrada Piopposecco per via degli alberi di pioppo che costeggiavano il lungo rettifilo che porta ancora oggi al ponte sul fiume.

Da anni la lunga e duplice fila di alberi altissimi che formavano una sorta di galleria, non esiste più e rimane solo il ricordo di lunghe passeggiate, nel pomeriggio di quei giorni ormai passati, ma vivi nella memoria. La piccola casa di campagna sita in uno spazio adorno di un tavolo di pietra e di un grande gelso bianco, dava inizio all’agrumeto che, in prossimità del fiume Verdura diventava frutteto per la presenza di alberi di pero, susino, nespolo e noce e per la coltivazione a fragoline in un  modesto rettangolo di terreno.

Parenti ed amici si ritrovavano con noi in campagna, gli adulti preparavano il pranzo utilizzando un fornello rustico per la cottura dei cibi, anche se molte  pietanze pronte si portavano da casa. Mia madre preparava il gateau di patate, altri portavano arancini e dolci, noi ragazzi pensavamo a giocare correndo per il viottolo, raccogliendo calle che fiorivano spontanee lungo il piccolo canale e cercando i granchi  di fiume, pericolosi per le tenaglie ma gustosi se cotti sulla brace.

Così l’ascensione la cosidetta “sceza” trascorreva lieta e serena fino all’imbrunire, senza trascurare il significato della festa che avevamo appreso a scuola dalle nostre buone Figlie di Sant’Anna.  brave per la formazione culturale e religiosa che trasmettevano a noi ragazzi.

Oggi si corre verso le ville e le case vicine al mare, ignorando la bellezza degli agrumeti, delle case rustiche e la bontà dei cibi non avvelenati da pesticidi e da acque inquinate usate per la irrigazione degli orti e dei giardini.
Penso che sia utile alzare lo sguardo verso l’alto e pensare al Signore che lascia questo mondo per trovarne uno migliore.

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Il giorno dell’Ascensione

Sfogliando l’album dei ricordi, l’ascensione cadeva di giovedì ed era  segnata in rosso sul calendario degli anni ’60. Per tutte le scuole e per gli uffici era un giorno di vacanza. Noi ragazzi, di buon mattino, eravamo già pronti per andare in campagna, dato che in quegli anni le villette al mare erano privilegio di pochi, i ricchi di allora.

Al giorno d’oggi le case al mare e le ville sono  numerose, ma portano pensieri e problemi seri quando ignoti ladri le saccheggiano e le svuotano di tutto.

La tenuta di Piopposecco, un agrumeto con alcuni alberi da frutto e ortaggi, esiste nella zona sita al bivio per Ribera e per Sant’Anna e arriva al fiume Verdura, che noi ragazzi guardavamo a breve distanza, senza rischiare di oltrepassare la striscia detta fuoricorda, pericolosa perché poco solida.

La fiat millecento  blu con due eleganti fasce grigie sulle porte laterali, veniva utilizzata da tutta la famiglia e ci portava in campagna, dove veniva parcheggiata nello spazio antistante la piccola casa , lontana da un tavolo in pietra sistemato all’ombra di un grande gelso bianco. I frutti del gelso, non del tutto maturi, cadevano sul terreno che bisognava ripulire prima del pranzo. Mia madre aveva preparato un enorme sformato di patate e  uno sfincione, le cugine più grandi avevano pensato ai dolci. La festa era molto sentita perché tutti ci sentivamo liberi di correre per i viottoli, di attingere acqua ad una sorgente naturale detta “lu galici”, di raccogliere le fave e le nespole, di stanare i granchi di fiume nei bordi del lungo condotto d’acqua scavato per innaffiare  il terreno. I granchi venivano arrostiti sul fornello a carbone, preparato in tempo per sistemare sul fuoco una pentola pronta per la cottura delle fave, squisite perché “cote e cotte“, raccolte e cucinate. Tutto aveva un sapore delizioso, dalle fave allo sfincione e a tutto il resto, perché la gioia di stare insieme all’aria aperta, a contatto della natura, ci rendeva lieti e sereni fino al tramonto. Tornavamo a Ribera stanchi ma gioiosi e certi di un bene che i nostri genitori ci avevano trasmesso fin dall’infanzia, un bene che vedeva nella famiglia e negli affetti la ricchezza più vera.