La tecnologia

“La tecnologia non tiene lontano l’uomo dai grandi problemi della natura, ma lo costringe a studiarli più approfonditamente” (Antoine de Saint Exupery). Ai giorni nostri, molti e in particolare i giovani sono legati al computer, allo smartphone, al tablet, tanto da vivere in una sorta di tecnodipendenza. Molte persone, per lo più anziane, rifiutano l’uso dei mezzi tecnologici per indifferenza o per timore e preferiscono vivere con la cosiddetta tecnofobia che li tiene all’oscuro di tutto. Il termine tecnologia deriva dal greco e vuol dire discorso sull’arte e sulle abilità. Infatti le proprietà della scienza tecnologica sono fisiche, funzionali, meccaniche. I materiali usati per gli alunni della scuola dell’obbligo sono: stoffa, carta, metallo, legno, plastica, vetro. Molti giovanissimi esagerano nell’utilizzare i dispositivi tecnologici e trascurano lo studio delle discipline inserite nel piano dei loro studi, non desiderano leggere un libro, osservare la natura, amare gli alberi, i fiori e gli animali, comunicano con gli sms, messaggi scritti o vocali. Neglette e considerate “pezzi da museo” le macchine da scrivere Olivetti che molti possiedono perché erano usate dai loro genitori e da alcuni che, come me, sono avanti negli anni. Ricordo la battitura della mia tesi di laurea utilizzando la Olivetti 22, ricordo la preoccupazione di mio padre per gli errori che potevo commettere e che dovevo correggere ricopiando l’intera pagina. Scrivere usando la tastiera del computer, è molto più agevole in quanto si può salvare quanto è stato scritto, ritornare indietro e modificare alcuni periodi, aggiungere foto e immagini . Questo nostro tempo caratterizzato dalla scienza tecnologica, offre tante opportunità, ma dipende da ogni persona ricorrere “cum grano salis” ad un uso corretto e mirato all’approfondimento e alla conoscenza dei reali problemi che ci affliggono.

Nella Cusumano Lombardo

La luce tra le foglie

Giugno è già arrivato da alcuni giorni e il clima delle nostre stagioni, divenute anomale, ci offre giorni di sole , notti di pioggia, precedute da lampi e tuoni. I nostri nonni definivano le stagioni intermedie come “tempi di li mali vistuti”, tempo di gente che si veste male, ragion per cui, a Milano come in altre regioni del Nord Italia incontro persone, che vanno in giro, vestiti con pantaloni, maglie e camicie estivi e altri che vestono abiti di lana e giacche a vento. Negli anni dei miei studi universitari, mia sorella Caterina ed io, andavamo a Palermo nei primi di giugno per sostenere gli esami che allora erano programmati solo per giugno, ottobre, febbraio. Nei giorni vicini al 13 giugno, festa di Sant’Antonio, la temperatura segnava i 16/18 gradi , spirava a tratti il vento di maestrale e noi due avvertivamo la necessità dei vestiti di lana. Dalla casa della nostra madrina Ninetta , che ci ospitava con tanto affetto, vedevo gli alberi della piazza Lolli agitarsi per il vento e le foglie, che a tratti lasciavano intravedere la luce del sole. Quella luce isolana, che ricordo di avere osservata nella mia terra di Sicilia, ritorna anche oggi, ostinata, tra il fogliame degli alberi di Milano e per incanto, ci regala giorni di luce e di ombra disegnando sprazzi di chiarore e di speranza per l’estate che arriverà. Mi chiedo quale estate ci attende e quali problemi dovremo affrontare per salvaguardare la salute di tutti noi. Desidero tanto che una luce benigna e generosa torni a splendere alla fine del tunnel che stiamo attraversando. Spero di vivere alcuni giorni dell’estate, al mare, di tornare con i miei cari alla nostra casa estiva di San Giorgio, dove negli anni passati, abbiamo vissuto giorni sereni. Mi consolano il ricordo del gelsomino in fiore e la luce che risplende tra i vari alberi , gli oleandri e le maestose palme.

Nella Cusumano Lombardo

L’albero di ippocastano

A Milano, in viale Emilio Caldara, fra i tanti alberi, osservo un ippocastano, altissimo e ricco di rami e di foglie frastagliate di color verde smeraldo. L’albero raggiunge il sesto piano del palazzo, dove abitano mia sorella Caterina e la sua famiglia, che mi ospitano da alcuni mesi. Il nome scientifico dell’albero, Aesculus hippocastanum, proviene dall’Europa orientale balcanica ed è diffuso in zone dal clima nordico fino a 1200 metri, arriva fino a 25/30 metri e le sue radici sono a forma di cuore. Il frutto detto castagna amara o castagna matta non è commestibile, anche se i Turchi, in tempi lontani da noi, usavano le bacche come cibo per curare e stimolare i cavalli. Il nostro albero fu introdotto a Vienna nel 1591 da Charles de l’Ecluse e in Francia nel 1615 daJean Louis Bachelier. Il principio attivo conosciuto come escina viene usato per i preparati cosmetici e fitoterapici. Gli antichi consigliavano di tenere in tasca o nella borsa alcune “castagne” per le proprietà terapeutiche che prevengono i raffreddori e l’influenza. In Emilia Romagna, nel Parco dei sassi di Roccamalatina esiste un ippocastano dalla circonferenza di 4 metri, ricchissimo di foglie e altissimo. Per la sua bellezza viene chiamato Sofia come la nostra Sofia Loren. Esistono in varie parti del mondo dal clima nordico, diversi alberi ibrido ornamentali di ippocastano, di varietà sterile, che in primavera si adornano di fiori rossi o rosa o bianchi con sfumature gialle e rosa. Nella città di Amsterdam, dopo tante polemiche, esiste ancora un albero di ippocastano che Anna Frank, nel 1944, osservava dalla finestra della sua stanza dove viveva da prigioniera. Questo particolare ha destato in me tanta commozione e mi ha riportato ai campi di sterminio, a Dachau, ad Auschwitz, da me visitati negli anni della mia giovinezza, quando amavo viaggiare e arricchire le mie conoscenze.

La pazienza

Nei miei anni giovanili, mi affrettavo per ogni situazione da affrontare, per alcuni problemi da risolvere, per arrivare puntuale in ogni occasione e mi chiedevo il perché di tanta fretta. La mia vita era caratterizzata da una sorta di insofferenza per la lentezza di alcuni, per la pigrizia di altri, per la poca attenzione di alcuni alunni ai quali dedicavo le mie lezioni di Letteratura italiana e di Storia.

Nel corso degli anni, gli stessi alunni poco diligenti, dopo aver conseguito la maturità, mi incontravano e ricordavano il loro comportamento così lontano dal loro presente. Alle loro domande rispondevo con pazienza e in modo evasivo, che era la loro vivacità, propria degli adolescenti, a non impegnarli.

Poche volte ho esercitato la pazienza, anzi mi preoccupavo e mi occupavo del giornalino dell’Istituto, del gruppo folk che avrebbe partecipato alla festa del mandorlo in fiore di Agrigento. Parte della mia vita, vissuta nella scuola e per la scuola, mi portava alla sintesi immediata, alle riflessioni da comunicare ai giovani alunni, senza indugiare o “perdere tempo”.

La pazienza, definita virtù dei forti, è una dote rara e necessaria per vivere serenamente i rapporti interpersonali, per capire che bisogna saper aspettare perché non si può avere tutto e subito. Così dalla vita giovanile alla maturità, mi sono convinta di esercitare la pazienza, che vuol dire capacità di ascoltare, di saper accettare il punto di vista dell’altro, di tacere quando è il caso, di voler bene a chi è più debole e ha bisogno di attenzione.

                                                                  Nella Cusumano Lombardo