La semplicità

Essere o apparire semplici non è facile se pensiamo alle molte situazioni in cui alcuni fingono e, a prova della loro ipocrisia, commettono degli errori che loro stessi non si aspettavano. La semplicità è una dote rara e poco apprezzata dai più, ma di fatto occorre un po’ di coraggio per vivere secondo il proprio temperamento e seguendo le tracce di una educazione ricevuta dai genitori, in primis, e dai migliori insegnanti di ogni ordine e grado. La semplicità si traduce in bellezza se consideriamo lo stile, il portamento di ciascuna persona impegnata nel mondo della musica, della poesia e dell’arte. Nel passato molti grandi autori hanno lasciato il segno della loro genialità, ma ai tempi nostri esistono artisti impegnati e semplici nei loro modi. Ricordo Ezio Bosso ed Ennio Morricone, musicisti noti in tutto il mondo, scomparsi da poco tempo, ma ricordati per la loro ricca personalità, per la passione che li portava a comporre, a dirigere orchestre in diverse parti del mondo. Negli anni della mia infanzia ho iniziato a studiare pianoforte, seguita da una maestra di piano davvero singolare, Suor Anna Martina, che viveva con altre suore, le Figlie di Sant’Anna, in un Istituto prestigioso, frequentato da tanti ragazzi , da me e da mia sorella Caterina. La nostra suora ,se sbagliavo nella lettura del solfeggio, mi richiamava, ma se suonavo il piano mi colpiva le dita con una asticella. Fin dai primi anni della nostra infanzia venivamo accompagnate a scuola da una donna, di nome Vita, che ci teneva per mano e ci richiamava perché noi volevamo andare di corsa, giocare con l’acqua piovana che scorreva ai lati della strada, sfoggiando i nostri stivali di colore giallo per me e rosso per la mia sorellina. La donna anziana, conosciuta dai miei genitori, godeva della fiducia di mia madre, ragion per cui si preoccupava molto e diceva a noi : Attente picciriddi , ma noi continuavamo a disobbedire. Le lezioni di piano per noi bambine, si tenevano dopo le ore di lezione. perché mia madre , ragioniera al Comune, preferiva che noi rimanessimo in Istituto anche nel pomeriggio. Avevo solo 5 anni e lo studio del solfeggio non era semplice, mentre lo studio del pianoforte per me era molto piacevole. Il mio studio proseguì per tanti anni, fino al conseguimento della maturità e di fatto potevo sostenere un esame, per i primi 5 anni, al Conservatorio di Palermo. La frequenza dell’Università necessariamente mi distoglieva dallo studio del pianoforte, ma riesco anche oggi a ricordare qualcosa e suonare il pianoforte antico che trovo nella casa dei miei genitori. Il suono del pianoforte mi trasmetteva serenità, la semplicità delle note di Pupa piange e Pupa ride, le prime suonatine, e poi la bellezza dei testi di Beethoven e di Chopin, di Mozart e di Bach, mi procuravano tanta forza ed entusiasmo. Essere semplice per me era naturale e spesso ho creduto in alcune persone, che hanno frainteso ogni mia parola e criticato il mio agire. Con saggezza mia madre ripeteva : se l’invidia fosse febbre tutto il mondo morirebbe, ma questo nostro mondo si è capovolto e con molta tristezza non so come definirlo.

Gli angioletti per la processione

Negli anni della mia infanzia, le processioni erano frequenti nella mia piccola città, dove ho vissuto per tutti gli anni delle elementari. Venivano festeggiati l’Immacolata, San Giuseppe , la Madonna di Fatima, Santa Rita, Santo Antonio di Padova e il Corpus Domini . Le feste religiose erano molto sentite, in particolare il Corpus Domini perché i fedeli preparavano, in un pianoterra della propria abitazione, gli altari per le molte soste che il sacerdote con l’Ostensorio effettuava lungo il percorso. La processione, diversamente dalle altre, veniva effettuata in diversi giorni e veniva organizzata da tutte le parrocchie. Mia sorella ed io frequentavamo la Parrocchia dell’Immacolata, sita in via Roma, dove abitavamo con i nostri genitori. Negli anni ’56 del secolo scorso, era molto attiva l’Azione cattolica, che organizzava le lotterie natalizie, la vestizione degli angioletti per la processione del Corpus Domini. La signorina Palmieri era molto impegnata con la parte musicale,suonava uno strumento,chiamato armonium, che rilasciava suoni prolungati simili ad una nenia o cantilena. La signorina,insieme alle sorelle Bongiovì, curava i vestiti e le ali degli angeli che seguivano in prima linea la processione del Corpus Domini. Mia sorella era prescelta per indossare il vestito delle piccolissime, io per la mia statura dovevo indossare il vestito delle beniamine. Le ali venivano legate con dei nastri che dal dorso arrivavano al punto-vita, erano del colore del vestito e pesavano molto, se consideriamo l’età delle bambine obbligate a percorrere tutte le strade del quartiere appartenente alla Parrocchia. La processione del Corpus Domini durava alcuni giorni e veniva organizzata da ogni parrocchia presente in quella piccola città. Ricordo l’altare, preparato nel locale del pianoterra di via Pellegrini, rivedo il grande telo di seta azzurra che rivestiva le pareti, i fiori bianchi ben sistemati intorno al piccolo altare, le coperte stese ai balconi e i petali di gelsomino, garofani e rose sparsi sul terreno al passaggio della processione. Allora le mie zie materne e le cugine, più grandi di noi, si prodigavano per preparare la stanza della sosta e aspettavano l’arrivo della processione per unirsi alle persone e agli angeli che formavano un lungo corteo. Infanzia, stagione dorata, affermavano gli anziani, intenti a formare l’intelligenza dei piccoli, che in quel tempo lontano dai nostri giorni, si facevano istruire, guidare e sentivano per i nonni e i parenti tutti un profondo legame, oggi poco verificabile nei protagonisti dell’infanzia di oggi.

La fragilità come forza

Pochi giorni fa, il pianista Giovanni Allevi,intervistato, ha detto che Ezio Bosso “ha rappresentato la forza della fragilità”. La condizione umana e i suoi vari aspetti, sono stati oggetto di ricerca per molti studiosi, appartenenti a diverse culture. Dall’affermazione di San Paolo, “quando sono debole è allora che sono forte“, agli studiosi, ai filosofi, ai poeti vissuti in epoche diverse, la fragilità umana rimane una costante riconosciuta e definita in vario modo. Pascal, nei Pensieri, afferma che “l’uomo è solo una canna, la più fragile della natura , ma è una canna che pensa. Tutta la nostra dignità sta nel pensiero”. Leopardi, nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, si pone tante domande e risponde a se stesso e a tutti noi che si può essere solidali per affrontare la realtà della infelicità e della fragilità umana. Ezio Bosso, mancato alla vita il 15 maggio scorso, noto musicista, affermava che “tutti siamo fragili, ma vera forza matura dalla debolezza…..purché la fragilità non si trasformi in rassegnazione o accidia”. Il musicista e compositore, docente a Parigi e in Giappone, direttore di orchestra, era nato a Torino nel 1971 e sin da piccolo si era interessato alla musica, seguito in qualche modo dal fratello musicista e da una prozia pianista. Debuttò a soli 16 anni a Parigi. Compì i suoi studi di musica e di composizione a Vienna seguito da Ludwig Streicher . Negli anni ’90 era già noto sulla scena internazionale per i suoi concerti e dal 2003, quando ricevette il premio Flaiano d’oro, fino al 2019, venne premiato molte volte in Italia e all’estero. Componeva brani per orchestra e per un solo strumento, sinfonie e musiche da film. Dal 2011, a seguito di un operazione per neoplasia cerebrale, era stato colpito da una neuropatia motoria che gli impediva la normale articolazione delle mani e dell’avambraccio. Negli anni successivi alla malattia, Ezio Bosso affermava: “la musica non è solo un linguaggio,ma una trascendenza, è ciò che ci porta oltre”……la musica c’insegna la cosa più importante, ascoltare…la musica mi ha dato il dono dell’ubiquità, la musica che ho scritto è a Londra e io sono qui”. Amava la nostra terra e scriveva:” Amo la Sicilia, come una terra a cui appartengo. Amo la sua luce, soffro per i suoi problemi,, amo la sua gente,la sue architetture, i suoi sapori. Il mio primo lavoro in una istituzione lirica è stato proprio per un festival lirico a Trapani, a 17 anni.Una personalità così ricca e così ben definita, molto apprezzata per il suo immenso amore per la musica, la più nobile delle arti, merita di essere conosciuta e ricordata.

Nella Cusumano Lombardo

La Pentecoste

Oggi, domenica di Pentecoste, sono già trascorsi 50 giorni dalla Santa Pasqua e, rileggendo i Vangeli, ripenso alla promessa di Gesù, che lasciando questo mondo, inviò agli apostoli lo Spirito Santo, con i suoi sette doni, che ogni credente riceve al momento della Cresima.

San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, afferma che “c’è una varietà di doni ma un solo Spirito, c’è una varietà di misteri ma un solo Signore, c’è varietà di operazioni ma un solo Dio, che opera tutto in tutti”(12,4-6). Trovo fra le parole del Santo, il mistero della Trinità, molto difficile da comprendere dalla mente umana, ma accettato per fede dai credenti in Cristo.

La Cresima, che mia sorella ed io abbiamo ricevuto negli anni ’60, con il rito greco, nella splendida chiesa della Martorana di Palermo, mi riporta alla memoria la figura della mia madrina Ninetta, donna gentile e sensibile, pianista e amica di gioventù di mia madre.

La madrina ci accoglieva con grande affetto e la zia Sofia, che viveva con lei, era felice al nostro arrivo da Menfi, dove abitavamo in quegli anni. Frequentavamo, a periodi la Facoltà di lettere e durante quei giorni di studio e di esami mia sorella ed io eravamo ospiti della madrina. La zia Sofia proveniva dalla famiglia Adelfio, molto in vista

nella Palermo di quegli anni. Ogni tanto ci raccontava dei danni del dopoguerra, dei nuovi ricchi e delle difficoltà che la sua famiglia aveva attraversato.

Al momento del nostro rientro a Menfi, la zia Sofia ripeteva con un po’ di malinconia: “la gioia aspettata è più bella della gioia goduta”. Noi ragazze le dicevamo con un abbraccio che saremmo tornate dopo breve tempo e di fatto la nostra vita trascorreva tra la casa paterna e la casa della madrina, donna di altri tempi, indimenticabile

per tutto l’affetto che sapeva donare.

Le mascherine

In tempo di Covid 19, siamo obbligati a indossare le cosiddette mascherine, che coprono tutto il viso, tranne gli occhi, e secondo i virologi e i ricercatori, ci aiutano ad evitare il malefico virus. Le persone si riconoscono dagli occhi e dal colore dei capelli, quando riescono a mantenerli in ordine, considerato che i parrucchieri sono stati obbligati alla chiusura, dal mese di febbraio al 27 maggio, con gravi danni evidenti e irreversibili.

Dai tempi dei miei studi giovanili, amavo le Maschere nude di Luigi Pirandello, ne proponevo la lettura ai miei alunni del triennio, che si mostravano interessati ed entusiasti. Mi raccontava, uno dei miei giovani allievi, che, dovendo arrivare a Roma per un concorso, in treno aveva conversato con un signore, interessato all’opera di Luigi Pirandello, ragion per cui gli chiedeva notizie sui luoghi della Sicilia, in particolare di Agrigento e del pensiero del grande autore. Con grande gioia, il giovane alunno ricordava l’autore, il suo pensiero, il contrasto tra vita e forma, le contraddizioni dell’essere umano destinato a vivere in solitudine e altro che non sto a dirvi.

Forse gli scrittori e i poeti di questo nostro tempo hanno pensato di raccontare qualcosa sulle mascherine che siamo obbligati a indossare, dei tempi tristi e difficili in cui stiamo vivendo.

Per me e per tanti, coprirsi il viso è una vera sofferenza, un vedere senza guardare, un desiderio quotidiano di tornare a casa con i miei cari per sentirmi libera e a volte fiduciosa che tutto possa finire davvero senza tener conto delle previsioni delle Cassandre di turno.

Nella Cusumano Lombardo

La pazienza

Nei miei anni giovanili, mi affrettavo per ogni situazione da affrontare, per alcuni problemi da risolvere, per arrivare puntuale in ogni occasione e mi chiedevo il perché di tanta fretta. La mia vita era caratterizzata da una sorta di insofferenza per la lentezza di alcuni, per la pigrizia di altri, per la poca attenzione di alcuni alunni ai quali dedicavo le mie lezioni di Letteratura italiana e di Storia.

Nel corso degli anni, gli stessi alunni poco diligenti, dopo aver conseguito la maturità, mi incontravano e ricordavano il loro comportamento così lontano dal loro presente. Alle loro domande rispondevo con pazienza e in modo evasivo, che era la loro vivacità, propria degli adolescenti, a non impegnarli.

Poche volte ho esercitato la pazienza, anzi mi preoccupavo e mi occupavo del giornalino dell’Istituto, del gruppo folk che avrebbe partecipato alla festa del mandorlo in fiore di Agrigento. Parte della mia vita, vissuta nella scuola e per la scuola, mi portava alla sintesi immediata, alle riflessioni da comunicare ai giovani alunni, senza indugiare o “perdere tempo”.

La pazienza, definita virtù dei forti, è una dote rara e necessaria per vivere serenamente i rapporti interpersonali, per capire che bisogna saper aspettare perché non si può avere tutto e subito. Così dalla vita giovanile alla maturità, mi sono convinta di esercitare la pazienza, che vuol dire capacità di ascoltare, di saper accettare il punto di vista dell’altro, di tacere quando è il caso, di voler bene a chi è più debole e ha bisogno di attenzione.

                                                                  Nella Cusumano Lombardo

Imparare a crescere

Un antico detto recita così: “Noè, nonostante i suoi cento anni, non finiva di imparare“. Forse il Noè dell’arca, costruita per superare il momento tragico del diluvio universale, si era salvato ed aveva imparato a vivere in modo diverso, occupandosi dei suoi cari, curando gli animali presenti nell’arca, pregando il Sommo Dio onnipotente di far cessare la paura. La sua crescita spirituale e morale la immagino come un percorso di accettazione e di speranza, di dolore e di paura.

Forse il mio pensiero ad una figura biblica così nota, mi porta a desiderare anch’io un rifugio alle mie paure, un raggio di speranza e di fiducia per superare il momento presente, tristemente colpito da un virus malefico, nascosto e imprevedibile che ci conduce tutti quanti a voler capire, a voler evitare il peggio.

Noi anziani non desideriamo vivere cento anni, ma crescere, nonostante la nostra età, nella serenità e nella comprensione del tempo in cui viviamo.

Mi auguro che i giovani comprendano e osservino le norme necessarie per evitare i contagi, visto che anche la loro vita viene stravolta. La loro crescita deriva dal nostro esempio, dalla nostra prudenza e dal nostro amore.

Nella Cusumano Lombardo

Quanti anni

Oggi  23 maggio ricordiamo la strage di Capaci, quando il giudice Giovanni Falcone , la moglie Francesca Morvillo e la scorta venivano uccisi da mani assassine che avevano sistemato un potente esplosivo in prossimità dell’autostrada che porta a Palermo.

Un fatto terribile da destare sgomento e paura nell’animo di tanti che amano la giustizia e la legalità e da tanti anni custodiscono nel cuore le parole del giudice che affermava “le idee camminano con le gambe degli uomini” e riguardo la paura scriveva che “l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura  e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco,il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”.

Oggi in tutta Italia e in particolare a Palermo e in tutta la Sicilia, molte persone hanno esposto ai balconi un lenzuolo bianco e la bandiera italiana. I giovani, che negli anni arrivavano a Palermo con la nave della legalità , oggi hanno dovuto rinunciare perché il Covid, male e disastro dei giorni nostri, ha portato i contagiati dal virus a vivere su quella nave. Tanti anni sono trascorsi dal 1992 ad oggi e avverto fortemente l’attualità delle parole del giudice, che sembra esortarci a non vivere di paura, ma a cercare le ragioni della prudenza e del rispetto delle norme. Speriamo tutti che il virus malefico possa rallentare i contagi e viviamo il nostro isolamento forzato come un momento difficile che passerà non sappiamo come e quando…

Le forze creative

Non è facile creare qualcosa avvalendosi delle proprie doti intellettuali e della fantasia, comune negli adolescenti e negli artisti in senso lato. Ripenso alla poesia, alla musica, alle varie arti e ai grandi autori della letteratura italiana e straniera.

Negli anni della mia infanzia e adolescenza ricevevo in regalo molti libri perché, nel periodo del dopoguerra , leggevo molto, anche se lo svago preferito era il gioco all’aperto, a parte le gite in campagna o al mare. Mia madre intratteneva me e mia sorella con la lettura di pagine molto belle e accattivanti come “Scegli il tuo mestiere”, titolo di un piccolo libro cartonato e ricco di illustrazioni che affascinavano la nostra mente. Preferivo la storia di Dario, convinto di fare il pasticciere e di Mariarosa che voleva fare la fioraia, forse perché fin da allora i fiori e i dolci erano preferiti da tutta la famiglia.

La mia giovinezza era ricca di  idee, di varie occupazioni, che riempivano il mio tempo libero. Creavo fiori con la stagnola dei cioccolatini, dipingevo su mattonelle bianche e lucide, avanzate dalla ristrutturazione del bagno, provavo a lavorare a maglia e all’uncinetto, riuscivo nel periodo estivo, insieme a mia sorella, a ricamare seguendo le proposte di Mani di fata, periodico preferito da mia madre.

Le forze creative erano già in noi,senza che ne fossimo consapevoli, ma ripensando a quegli anni sereni e spesi bene, una grande nostalgia mi prende e vorrei tanto che l’infanzia e l’adolescenza fosse felice per tante creature fragili , che vivono in questo nostro tempo, coinvolte in  attività diverse, ma infelici e insoddisfatte .

Le parole di Goethe

“Le mie forze creative sono state ridotte ad un’irrequieta indolenza. Non ho fantasia, nessun sentimento per la natura, e leggere mi è diventato ripugnante. Quando siamo derubati di noi stessi, siamo derubati di tutto!”
Johann Wolfgang Goethe

Nessuno dei miei lettori vuole paragonarsi al grande autore ben noto a molti, ma la breve affermazione dice molto riguardo un malessere diffuso  e poco valutato per la sua vera entità e gravità. Di solito si sorride e si attribuiscono la cause della depressione a fattori esterni, come il caldo, la fatica, la fretta nel realizzare i nostri progetti, ma le vere ragioni vanno cercate nel profondo dell’anima e della mente. Da una vita, ricca di affermazioni in campo lavorativo e di affetti in ambito familiare, dovrebbe scaturire una terza età serena e poco tormentata. Sappiamo bene che il nostro fisico si deteriora e gli organi vanno a indebolirsi, ma accettare le situazioni di malessere non è facile.

Occorre grande forza di volontà e fede in Dio che non ci abbandona e vuole solo il nostro bene. Auguro a tutti  i miei lettori tanta serenità.

Nella Cusumano Lombardo