Una gamba di legno

Negli anni della mia prima giovinezza rimanevo impressionata dinanzi alle foto dei mutilatini di Don Gnocchi, ragazzi privi di una gamba o di un braccio a causa dell’esplosione di bombe nascoste nei luoghi, protagonisti della seconda guerra mondiale. Un filmato trasmesso in televisione, pochi anni orsono, mi faceva conoscere ancora meglio la vita e l’operato di Don Carlo Gnocchi.

Non intendo mescolare sacro e profano, ma ripensando alla frattura del mio piede e osservando la mia gamba sinistra  che a volte si irrigidisce come fosse di legno… mi torna in mente la storia di Pietro nemico di Topolino ricordato in questi giorni per i suoi 90 anni.

Qualcuno  dei miei lettori conosce anche il più antico avversario di Topolino, Pietro gamba di legno, bullo del quartiere dove abitava, scagnozzo di Silvestro lupo che riusciva a coinvolgerlo nelle sue losche trame. Pietro diventò nel tempo un ladruncolo rammollito, preso dall’amore per la sua colombella Trudy, più che dalla smania di fare del male a Topolino….Immaginate come sarebbe stata la sua vita se fosse diventato amico di Topolino? Lavorando con la fantasia si può pensare ad un’amicizia dei due, quando diventati  anziani, riuscivano a vivere  serenamente.

Accade anche ad alcuni esseri umani, che nel tempo vorrebbero farsi amici di persone ividiate e  considerate nemiche senza ragione. La malvagità umana sembra più forte della correttezza, ma “ il tempo è galantuomo”, diceva Totò….perché rende giustizia  alle persone oneste.

 

Giuseppe Moscati

Tempo fa mi è stato donato un momento particolare, quando ho potuto visionare il filmato sulla figura del medico Giuseppe Moscati. Un medico santo, come lo chiamavano i napoletani negli ultimi anni del secolo XIX, nei momenti difficili in cui imperversava il colera e l’ospedale degli incurabili era super affollato di malati, presi in cura dal  Moscati e aiutati a vivere e a morire come persone e non come scarti della società.

Aveva scelto di frequentare la Facoltà di medicina per aiutare i sofferenti  e in particolare i poveri, da lui assistiti gratuitamente per tutto il tempo della sua vita.

Amante dell’arte e della letteratura, metteva da parte le sue  aspirazioni pur di fare bene il suo dovere di medico, chiamato a confortare, ad ascoltare il malato, a fargli sentire tutta la condivisione e comprensione possibili. Le sue doti erano sostenute da una fede  vera e da una carità vissuta nei termini evangelici, senza ostentazione, senza ambizioni, con umiltà. Si è veramente grandi quando si diventa piccoli davanti alla difficoltà e quando si confida in un Essere superiore che ci guida e ci protegge.

La chiesa del Gesù nuovo, sita in Napoli, custodisce il corpo del medico santo, oggi invocato dai napoletani e da molti credenti italiani e no. Penso che il grande esempio di Giuseppe Moscati dovrebbe svegliare  sentimenti di grande umanità in ciascuno di noi e in coloro che esercitano la professione medica.

Il calendario dei Santi ne fa memoria oggi, insieme a Santa Gertrude la grande e ad altri.

 

La gattina Sheva

I miei amici Baldo e Tamara vivono a Torino da molti anni, anche se le loro radici sono altrove, cioè in Sicilia e in Russia. La loro casa torinese è molto accogliente per l’affettuosa ospitalità che offrono ai loro amici che arrivano volentieri anche da lontano per rivivere con loro alcuni momenti di gioia intessuta di ricordi e di nostalgia per il tempo passato.

Appena si apre la porta d’ingresso, una graziosa gattina mi accoglie e scappa per il corridoio, è una micia tigrata, di razza soriana, dai grandi occhi verdi che fanno pensare ad un piccolo laghetto alpino o all’erba fresca dei prati che noi vediamo in primavera. Tempo fa è stata raccolta in cantina, dove era stata dimenticata in un angolo buio, mentre la sua mamma e gli altri micetti venivano trasferiti altrove. Il suo nome è Sheva, un nome russo che Tamara ha voluto darle per il ricordo che lei serba della terra che ha dato i natali ai suoi genitori, rifugiatisi in Italia per non vivere sotto un regime disumano tipico dei paesi dell’Est europeo dopo la seconda guerra mondiale.

Tamara, da pochi anni, ha iniziato a studiare la lingua e la cultura russa ed è felice di ricordare alcune espressioni ascoltate durante la sua infanzia dalle labbra della sua mamma e del padre, un pittore di grande talento e sensibilità.

La gattina è motivo di gioia per Tamara che rimane spesso in casa mentre Baldo va fuori per tante ragioni e il giovane figliolo, Norberto, esce di casa molto presto per recarsi al lavoro in azienda. La piccola Sheva si muove veloce per tutta la casa, corre come un razzo per giocare con i suoi tre topolini-giocattolo, va verso la scodella del cibo che divora in un baleno, poi si raggomitola su di una poltrona e aspetta che qualcuno della famiglia si sieda per saltargli sulla spalla o sulle gambe. A differenza di altri gatti, la micia non distrugge i tappeti né graffia le porte in legno chiaro, si comporta correttamente anche se i suoi padroni la definiscono “selvaggia”.

Nei giorni in cui sono rimasta ospite dei miei amici torinesi, la gattina mi seguiva, indugiava dietro la porta chiusa della cameretta degli ospiti e aspettava al mattino che io aprissi per guardarmi con i suoi grandi occhi luminosi e verdi, chiedermi “chi sei” e dirmi “benvenuta”. Così penso di avere accolto il suo messaggio, anche se non ho sentito il suo miagolio né altro verso tipico dei gatti, posso dire che la gattina Sheva si aggiunge alle storie vere che ho già scritto su altri animali.

Sicuramente gli animali, creature del buon Dio, come gli alberi e i fiori, sanno donarci gioia e ci aiutano a vivere questa parte della nostra vita.

 

                                                   

 

 

 

Pioggia torrenziale

Una pioggia torrenziale ha rovinato la festa di Ognissanti e il giorno seguente.

Una pioggia fitta e incessante, definita una bomba d’acqua, anche se nella nostra terra di Sicilia, i primi giorni di novembre erano,  negli anni ormai trascorsi, giorni di sole, di tepore quasi primaverile, che consentiva ai genitori di portare i bambini a visitare le sepolture dei nonni e dei propri cari. Una tradizione, quella siciliana, molto originale e unica, intendo riferirmi ai doni  dei morti, che i ragazzi ricevevano la mattina del 2 novembre. Nel vassoio, che i piccoli portavano in giro per le vie della  piccola città della mia infanzia, erano sistemati melogranate, frutta martorana, taralli, altri dolci e qualche golfino  elegante. Così si viveva negli anni del dopoguerra e noi, poco più che bambini eravamo ben contenti di tutto quello che la vita ci offriva, anche delle piccole cose, che i ragazzi di oggi non apprezzano, anzi chiedono sempre più oggetti sofisticati prodotti dalla tecnologia  avanzata.

Forse i miei lettori mi considerano una persona fra i tanti “laudatores temporis acti”, ma nel mio animo sono vivi e presenti i giorni della mia infanzia, così come li ho vissuti, pieni di luce e di gioia. Riesco ancora a preparare con la farina di mandorle e lo zucchero a velo la frutta martorana, detta così in ricordo di una nobildonna siciliana, Eloisia Martorana, che nel 1193 feve costruire un monastero  benedettino accanto alla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, sita in Palermo. La stessa chiesa viene detta comunemente  della Martorana.

Queste notizie, miei cari lettori, mi legano ancor di più alla nostra terra, ricca di  storia, di arte e di bellezza, nonostante l’abbandono  e la noncuranza di tanti che dicono di governare….

La frutta martorana

Una antica leggenda racconta di un convento benedettino, adorno di un piccolo giardino e sito al centro della città di Palermo, là dove le buone suore risiedevano dedicandosi a varie attività, come la preparazione di dolci tradizionali, eseguire ricami pregiati, curare gli addobbi floreali per la chiesa del convento e altro che non sto a descrivere.

Il vescovo della diocesi annunciò una  sua visita al convento e le buone suore, avvertite dalla madre Badessa, entrarono in grande confusione perchè il giardino intorno al convento era disadorno, dato che gli alberi da frutto, finita la stagione estiva , erano ricchi soltanto di foglie. Alle suore addette alla preparazione della pasta reale venne in mente una soluzione, cioé preparare con la farina di mandorle, lo zucchero e gli aromi. la stessa pasta e modellarla a forma di vari frutti da appendere agli alberi, nascosti appena tra il fogliame. Vennero preparati frutti a forma di limone,  arance,  albicocche, pesche, fichi e altro.

La visita del vescovo fu rallegrata dalla deliziosa frutta detta di martorana dal nome della chiesa, che ancora esiste nel cuore della città ed è dedicata a Santa Maria dell’ammiraglio. In quella  chiesa, mia sorella ed io siamo state cresimate secondo il rito bizantino, per una scelta della madrina Ninetta, molto amica di mia madre e molto legata a noi due fina dalla nostra infanzia.

La storia, o meglio la leggenda, mi porta a sfogliare l’album dei ricordi e rivedo i cestini preparati da mia madre per i piccoli nipoti, che rallegravano la nostra antica casa di Ribera, ora riaperta da me,  di tanto in tanto e abitata  dai miei familiari  soltanto nel periodo estivo. I cestini di frutta martorana e gli altri regali dei morti, rendevano il giorno della commemorazione dei defunti un giorno di festa, tanto che in Sicilia il 2 novembre viene definito “la festa dei morti”.