IL gelsomino azzurro

In molte zone vicine al mare crescono piante rampicanti, dai lunghi rami flessibili, che fioriscono nei mesi estivi e offrono al visitatore uno spettacolo unico per la fioritura di piccole stelle celestine, riunite in piccole ombrelle, poco profumate e simili al gelsomino arabo, profumatissimo nelle notti estive.

Il nome della nostra pianta, originaria del Sudafrica è  Plumbago capensis, fiorisce fino alla stagione autunnale, può essere propagata con talee, piantate in vasi nel periodo del tardo autunno e ad una temperatura di 17-18 gradi.

Sfogliando l’album dei ricordi. trovo una pagina molto interessante. Mia sorella ed io eravamo portate spesso da nostra madre negli spazi ampi della villa comunale di Ribera, là dove crescono grandi alberi di ficus , fiori di ogni tipo e cespugli di gelsomino azzurro. Il custode , detto don Cicciu lu villeri, consentiva a noi piccole di raccogliere due rametti di plumbago fiorita che serviva per un gioco grazioso: i piccoli fiori venivano combinati in una sorta di ghirlanda, mettendo lo stelo di una stella nel cuore di un’altra, per una lunghezza di 20 centimetri. Le ghirlandine venivano poggiate sulla nostra testolina capricciosa, ma resistevano poco.

Le piccole stelle poco durature, davano a noi piccole la sensazione che le cose belle durano poco, ma nostra madre sapeva spiegare la ragione di ogni avvenimento e in quella circostanza ci esortava a pensare che non esiste gioco che possa durare all’infinito, ma che occorreva tornare a casa per studiare e prepararsi  per un nuovo giorno di scuola.

Pentecoste e i doni ricevuti

I  doni dello Spirito Santo, che abbiamo ricevuto il giorno della Cresima, vengono spesso ignorati e non sottolineati dalla nostra mente, presa dai problemi del vivere e dell’esistere. Mia madre ricordava a noi tutti di invocare lo Spirito Santo in ogni momento della giornata  per acquisire una santa abitudine. A  me piace il dono dell’intelletto che mi ricorda di leggere dentro, di capire il bisogno dell’altro per aiutarlo e farlo vivere nella fede. Tutti i doni sono belli, ma il timor di Dio è fondamentale per vivere da esseri umani consapevoli e pieni di fede e di speranza.

 

L’albero di amarena

In alcune province della Sicilia le abitazioni ricalcano il modello arabo per cui la casa dispone, all’interno, di uno spazio verde ricco di piante odorose come il rosmarino, il basilico, il prezzemolo, la maggiorana, utili per la preparazione dei cibi. La presenza di alcuni alberi da frutto è frequente e troviamo spesso il limone, il nespolo e l’albero dell’amarena, forse più raro ai tempi d’oggi, ma molto apprezzato dalla padrona di casa per le ragioni che diremo. Il nostro albero proviene forse dall’Asia minore, fu conosciuto dai Romani in epoca imperiale appartiene alla famiglia delle Rosacee (Prunus cerasus) Il frutto consiste in drupe di color rosso chiaro o scuro che vengono chiamate visciole, marene o marasche , usate per la preparazione di conserve e di sciroppi, che le nostre casalinghe preparavano con tanta cura nel periodo iniziale della stagione estiva. Le nostre nonne conservavano anche le amarene “sotto spirito”, ma oggi l’industria dei liquori ricava dal nostro frutto il maraschino, il ratafià, lo cherry e il kirsch. Le amarene, ricche di vitamina A, hanno parecchie virtù: agiscono come depurativo del sangue, come antireumatico e sedativo, curano i reni e il fegato. Dall’album dei ricordi balza fuori la figura di un sacerdote, don Pietro Alongi, fondatore della Biblioteca San Giovanni di Menfi, vissuto negli anni ‘60 e noto per la sua passione per i libri e per le piante.

La mia famiglia in quegli anni viveva in quella piccola città e mia sorella ed io frequentavamo la biblioteca per consultare testi utili per la preparazione della tesi richiesta dall’esame di laurea. In quegli anni Don Pietro, detto amabilmente don Pitrinu, fece dono a mio padre di un liquore raro, da lui preparato con le foglie di amarena e ne ricordo il colore scuro e il profumo particolare simile ad un liquore d’erbe con un sapore dolce e aspro insieme. Un digestivo preparato a casa con la infusione delle foglie nell’alcool, sicuramente, ma la ricetta non venne mai rivelata a qualcuno di noi. Anche i piccioli delle amarene, diceva don Pietro, servono per la ritenzione idrica e, nel suo conversare, le piante erano presenti come i libri di ogni genere custoditi amabilmente nella “sua” biblioteca. Il nostro albero è ancora presente in alcuni frutteti e s’ illumina di gioia e di colore al tempo della fioritura e al tempo della maturazione del frutto, le amarene, simili a piccole ciliegie ma diverse per il sapore . Le amarene, drupe rosse o rosate, erano molto gradite per mia madre che si apprestava alla conservazione dei frutti snocciolati e lasciati in una vaso di vetro interamente coperti di zucchero e poi esposti al sole per otto-dieci giorni. In piena estate, le amarene sciroppate e cotte “al sole”, venivano utilizzate per preparare una bevanda gradevole o per arricchire la granita di limone, tipica della nostra Sicilia. Sapori che ancora oggi sono presenti in molte località della nostra isola, custode di antiche tradizioni, che forse andrebbero riscoperte e riproposte.

Premio di poesia

DONNE e POESIA per la CULTURA di PACE”

Responsabile Maria Concetta Oliveri Vice Presidente Nazionale
Progetto coordinato dalla sezione
MODOETIA CORONA FERREA di Monza Tema nazionale: La creatività femminile e la
cultura dell’innovazione, motori di sviluppo
socio – economico – politico. “ Nonostante il mondo sia più connesso grazie alle
migrazioni, al commercio, al turismo e
all’urbanizzazione, d’altra parte le società
rimangono afflitte da ineguaglianza, pregiudizi,
intolleranza e conflitti. I media sono spesso il
veicolo per fomentare l’intolleranza e
l’estremismo, mentre le credenze religiose sono
usate per giustificare estremismi violenti,
incitamento alla violenza e deliberata distruzione
del patrimonio culturale. Fomentare una Cultura di
pace diventa un imperativo per cercare di
combattere le tensioni culturali, la violenza
soprattutto sulle donne che stanno aumentando a
ritmo vertiginoso nelle nostre comunità. Le
Nazioni Unite sono un riflesso del mondo com’è e
di quello che vorremmo che fosse” –
Mogens Lykketoft Presidente Assemblea Generale
delle Nazioni Unite- Forum sulla Cultura di Pace 1
Settembre 2016 – New York
PREMIO LETTERARIO FIDAPA BPW ITALY REGOLAMENTO Il Premio è aperto a tutte le socie FIDAPA BPW
ITALY
TEMA: La cultura di pace, un imperativo contro la
violenza. REGOLAMENTO Ogni socia può presentare:
– 3 testi inediti in lingua italiana. Ciascun testo
non deve avere una lunghezza superiore ai 30
versi; inviare in un unico documento formato
word unicamente a premiofidapa@libero.it
Termine ultimo 30 giugno 2018 La partecipazione al premio è gratuita e implica la
totale accettazione del regolamento. Gli elaborati
non verranno restituiti. La partecipazione al
premio non dà diritto ad alcun rimborso spese. Il
non rispetto di una qualsiasi delle indicazioni
contenute nel regolamento comporta l’esclusione
degli elaborati inviati.
Nella email di accompagnamento, con oggetto
Premio DONNE e POESIA per la CULTURA di PACE”,
allegare la scheda di partecipazione. Per la privacy
I dati personali delle socie saranno tutelati a
norma della legge 196/2003. SCHEDA DI PARTECIPAZIONE Con la presente, la sottoscritta Nome Cognome –
nata in data – residente a CAP Via/Piazza n
telefono e-mail dichiara di aver preso visione del
regolamento e di accettarne ogni sua regola; che
gli eventuali inediti presentati al premio non sono
mai stati precedentemente pubblicati in forma
cartacea o in e-book e sono frutto esclusivo della
propria creatività.
Data Firma
Presidente di giuria CATERINA MAZZELLA Maria Concetta Oliveri Resp. Donne e Poesia per la Cultura di pace
Antonetta Carrabs Coordinamento
I risultati del premo saranno pubblicati sul sito
http://www.fidapa.org entro il 15 di settembre 2018. Le poesie selezionate saranno pubblicate in un’antologia.

La “sceza”

Così veniva detta l’ascensione di Gesù al cielo nel dialetto tipico dell’Agrigentino e in particolare di Ribera, piccola città della mia infanzia. Si festeggiava di giovedì, da quello che ricordo, perché noi ragazzi partivano presto per la campagna e ci recavamo nella zona del fiume Verdura, che bagna tuttora gli agrumeti della omonima valle, tra Sciacca e Ribera. L’agrumeto acquistato da mio padre negli anni ’60 è sito nella contrada Piopposecco per via degli alberi di pioppo che costeggiavano il lungo rettifilo che porta ancora oggi al ponte sul fiume.

Da anni la lunga e duplice fila di alberi altissimi che formavano una sorta di galleria, non esiste più e rimane solo il ricordo di lunghe passeggiate, nel pomeriggio di quei giorni ormai passati, ma vivi nella memoria. La piccola casa di campagna sita in uno spazio adorno di un tavolo di pietra e di un grande gelso bianco, dava inizio all’agrumeto che, in prossimità del fiume Verdura diventava frutteto per la presenza di alberi di pero, susino, nespolo e noce e per la coltivazione a fragoline in un  modesto rettangolo di terreno.

Parenti ed amici si ritrovavano con noi in campagna, gli adulti preparavano il pranzo utilizzando un fornello rustico per la cottura dei cibi, anche se molte  pietanze pronte si portavano da casa. Mia madre preparava il gateau di patate, altri portavano arancini e dolci, noi ragazzi pensavamo a giocare correndo per il viottolo, raccogliendo calle che fiorivano spontanee lungo il piccolo canale e cercando i granchi  di fiume, pericolosi per le tenaglie ma gustosi se cotti sulla brace.

Così l’ascensione la cosidetta “sceza” trascorreva lieta e serena fino all’imbrunire, senza trascurare il significato della festa che avevamo appreso a scuola dalle nostre buone Figlie di Sant’Anna.  brave per la formazione culturale e religiosa che trasmettevano a noi ragazzi.

Oggi si corre verso le ville e le case vicine al mare, ignorando la bellezza degli agrumeti, delle case rustiche e la bontà dei cibi non avvelenati da pesticidi e da acque inquinate usate per la irrigazione degli orti e dei giardini.
Penso che sia utile alzare lo sguardo verso l’alto e pensare al Signore che lascia questo mondo per trovarne uno migliore.

La fata turchina

Ricordo le pagine di Pinocchio,  la storia del burattino che Collodi propone ai bambini di tutte le età, dai 7 ai 90 anni come leggevo in una iscrizione collocata sul lungomare di Ancona, splendida città  sul mare Adriatico, da me visitata moltissimi anni fa.

Ripenso alla gamba di legno che Pinocchio vede bruciare per la mancata sorveglianza di Geppetto e penso al mio piede diventato di legno, ora che è stato liberato da una pesante ingessatura, sopportata per 40 giorni. Sono certa che tornerò a saltare come un grillo e non sarò  mai il buon grillo parlante; mi auguro che una fata turchina, nella persona del mio terapista, possa aiutarmi e riportarmi alla normalità. Miei cari lettori, non valutiamo la cosiddetta normalità nel modo giusto, ma con molta leggerezza affermiamo che tutto va come sempre, nella quotidianità vissuta ogni giorno senza entusiasmo, come se i giorni non fossero un dono per noi e per quanti incontriamo sul nostro cammino. Se impariamo l‘arte di essere fragili, come titola un bel libro di Alessandro D’Avenia, giovane scrittore siciliano, che ama Leopardi e si rivolge al poeta narrando fatti accaduti e cercando le ragioni del vivere quotidiano, allora saremo sulla giusta via.

Maggiolata o cantata di maggio

Maggio risveglia i nidi,
maggio risveglia i cuori;
porta le ortiche e i fiori,
i serpi e l’usignol.
Schiamazzano i fanciulli
in terra, e in ciel li augelli:
le donne han ne i capelli
rose, ne gli occhi il sol.
Tra colli prati e monti
di fior tutto è una trama:
canta germoglia ed ama
l’acqua la terra il ciel.
E a me germoglia il cuore
di spine un bel boschetto;
tre vipere ho nel petto
e un gufo entro il cervel.

Giosuè Carducci- Rime nuove

Nella poesia “Maggiolata”, la vita sboccia ed irrompe in modo improvviso attraverso una natura adornata di fiori, dove tra terra, mare e cielo, è tutta un’armonia di colori e di amore.

Il testo carducciano, poco noto, anche se fa parte della raccolta Rime nuove, nella parte finale trasmette amarezza e disagio, che si alternano, come la luce e il buio . nella vita del poeta e di ognuno di noi.