Il cane e la luna

Nel mezzo della notte

un cane abbaia alla luna

piccola e tonda

avvolta dal grigiore

delle nubi

e dal suo biancore

freddo e lontano.

Non riesco a dormire

sento il cane

che continua con rabbia

a farsi sentire

e richiama altri suoi simili

che gli fanno eco

da lontano

dal fondo della campagna

che si allunga fino al mare

di Selinunte e di Sciacca.

Pensieri diversi si agitano

nella mia mente

non riesco a dormire

ripenso al terremoto

del Belice

ai giorni di angoscia  e di paura

quando il latrato del cani

ci avvisava con insistenza

e non avvertivamo il pericolo.

Allora la piccola Giusj

avvolta in una coperta

veniva portata

nella casa di campagna

del nonno Lorenzo

a Piopposecco.

Era il 15 gennaio

del 1968 quando

anche i cani  davano

l’avviso e noi non capivamo.

Nella Cusumano Lombardo

 

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Il Belice

15 gennaio 2018 , data storica perché ricorda a ciascuno di noi sopravvissuti,  i  50 anni dal terremoto nella Valle del Belice, uno dei fiumi importanti di questa  nostra terra di Sicilia. Tutti i comuni della valle, da Montevago a Santa Margherita, da Gibellina a Santa Ninfa, Partanna e Salaparuta, solo per citarne alcuni, avvertirono le tremende scosse ripetute per giorni, che portarono distruzione e morte per centinaia di persone.

Oggi il capo dello stato on. Sergio Mattarella è venuto qui in Sicilia per vedere lo stato di abbandono in cui versano alcuni comuni, privi dei servizi essenziali, come l’allacciamento alla rete idrica, per esempio. In questa terra benedetta da Dio per le sue bellezze e la sua  storia, ci sentiamo derelitti e abbandonati per i disagi e la completa noncuranza dei governanti da Roma in giù, quando sarebbe giusto e corretto pensare alla tutela  delle persone che qui vivono e operano impegnandosi in vario modo, anche se i giovani fuggono da questa realtà e vivono al Nord, lasciando qui una popolazione di anziani più o meno malconci.

Tristissimo ritratto del Belice  diranno i miei lettori, ma molti di noi vivono la sofferenza dei tanti residenti in questa terra, che nonostante tutto coltivano in cuore la speranza di vedere rifiorire questa isola, di vederla vivere senza migliaia di morti in mare, senza cumuli di spazzatura non rimossa per settimane, senza paura di annunciare un possibile riscatto di fronte alla prepotenza e alla violenza di alcuni.

Mi auguro il terremoto delle coscienze , perché si ritrovi la fede e la speranza dei giusti. Buona settimana per tutti voi.

Corre Gennaio

Il primo mese dell’anno scorre velocemente e già siamo arrivati a metà del suo percorso. Da giovanissima contavo i giorni e li cancellavo sulla mia agendina, con il desiderio di arrivare presto ai mesi primaverili e in particolare alla Pasqua, festa della Natura e della Risurrezione di Cristo.

Solo per le feste di Natale e Pasqua era consentito a noi collegiali dei lontani anni cinquanta, uscire dal collegio e trascorrere le feste in famiglia.  Immaginate, miei cari lettori, quale ansia mi prendeva contando i giorni che non correvano come adesso, anzi erano lenti e poco  attenti al mio bisogno di arrivare alla solita meta.

Le categorie del tempo e dello spazio hanno appassionato tanti filosofi e pensatori, ma vivere su questo pianeta significa prendere coscienza dell’attimo fuggente e non essere tristi perché il tempo vola. Il  grande Ugo Foscolo teneva nella sua camera un cartello con la frase scritta a grandi lettere ” Ruit  ora Ugo” e il ricordo di questo particolare, riferitomi dalla mia docente fiorentina Suor Anna Damasina Peruzzi, mi conforta e mia aiuta ad accettare la corsa di Gennaio e la corsa del tempo.

La voce del vento

La nostra terra di Sicilia viene spesso colpita dal vento di scirocco proveniente dall’Africa. Incessantemente la voce del vento avvolge uomini e cose sibilando, fischiando  a intervalli quasi regolari, fermandosi solo a tratti e per pochi minuti. Ascolto la voce del vento che sembra infierire impietoso  sulle piante  e sulle persone,anche se  vuole dire qualcosa a ciascuno di noi. Il mitico Eolo re dei venti non riesce a dominare e a frenare la forza del vento e nessuno degli umani sa intervenire a proposito. Esistono le barriere frangivento per proteggere le colture, esistono i frangiflutti per calmare l’impeto delle onde marine, ma tutto ciò non basta.

Occorre accettare i capricci del vento e ascoltare  i suoi messaggi, a volte difficili da capire, ma diretti a noi che viviamo su questo pianeta e  comprendiamo le novità del clima impazzito per la stoltezza degli umani pronti a distruggere, a inquinare, a costruire sugli argini. I  vari G7 hanno riunito i potenti della terra per discutere ma le risoluzioni adottate non sono visibili e l’attesa della gente comune diventa inutile e sofferta. Molti di noi ascoltano e accettano i sibili del vento e coltivano nel cuore la speranza che il 2018 ci porti qualche cambiamento.

 

 

 

Antica nenia in siciliano

I nostri nonni cantavano  le strofe di questa antica nenia accompagnandosi con gli strumenti di cui disponevano: tamburello con le ciancianeddi, mandolino e altri. Nel periodo natalizio, un coro  ha riproposto il canto che ho ascoltato con vera gioia e commozione il primo di questo anno, durante la messa celebrata nella chiesa di San Pellegrino a Ribera, piccola città della mia infanzia. 

1- Sutta un pedi di nucidda

c’è ‘na naca picciridda

ci si curca lu Bamminu

San Giseppi e san Iachinu.

Rit. Susiti pasturi nun dormiri chiù

lu vidi ch’è natu lu Bamminu Gesù.

2- Sutta un pedi di lumia

c’è ‘na fimmina chi fusia

e fusia lu nfasciaturi

pi nfasciari lu Signuri.

Rit. Susiti pasturi  nun dormiri chiù

lu vidi ch’è natu lu Bamminu Gesù.

3-Sutta un pedi di cirasa

San Giseppi fa la casa

fa la casa pi lu Signuri

senza petri  ma cu l’amuri.

Rit. Susiti pasturi nun dormiri chiù

lu vidi ch’è natu lu Bamminu Gesù.

4- E nasciu lu Bammineddu

senza un filu di capiddu

quarchi filu chi n’avia

comu l’oru stralucia.

Rit. Susiti pasturi nun dormiri chiù

lu vidi ch’è natu lu Bamminu Gesù.

 

 

 

 

La stella cometa

E così ecco che la magia del Natale torna a riflettersi e ripetersi sull’ultimo giorno di festa. Passato il Capodanno è il 6 gennaio ed è l’ora della più religiosa Epifania, termine derivato dal greco antico che significa manifestazione; è il giorno in cui ricordiamo l’arrivo dei Magi venuti da lontanissimo per adorare Gesù Bambino.
Potrebbe però essere interessante provare ad andare al di là della storia conosciuta, della leggenda, e cercare di capire qualcosa di più.

CHE COSA SAPPIAMO?
Ciò che sappiamo è che una notte tre uomini alzarono lo sguardo verso il cielo e videro una stella brillare molto più delle altre (divenuta nell’iconografia, da Giotto in poi, una stella cometa). Qualcosa si smosse dentro di loro e presero la decisione di partire.I Magi erano quindi tre e avevano il nome di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. Sotto la guida della Stella arrivarono a Betlemme e portarono in dono a Gesù Bambino: oro, incenso e mirra. Ricordiamo inoltre che chiesero a Erode dove fosse il Re dei Giudei appena nato, e solo in seguito capirono che in realtà egli desiderava ucciderlo e non rendergli omaggio. Da qui la saggia decisione di non tornare da lui per indicargli la strada ma di ritornare al loro paese tramite un’altra strada.

I LORO NOMI
Innanzitutto la parola Magi viene anch’essa dal greco (influenzato dal persiano, dall’accadico e dal siriaco) ed era un titolo che nell’impero persiano si affidava ai sacerdoti dello Zoroastrismo. Una religione ed una filosofia diffusissima in Asia che traeva i propri insegnamenti daZarathustra (o appunto Zoroastro). Già l’etimologia dunque aiuta a capire chi fossero e da dove potessero provenire questi personaggi. Essi erano sacerdoti e astronomi dediti al culto di Ahura Mazda. Ecco dunque il collegamento con la Stella e il perché scelsero di seguire questo astro.
Non tutti forse sanno poi che i tre Magi dovevano essere di età diversa: uno molto giovane, un secondo che si potrebbe definire adulto e il terzo anziano.
Melchiorre era il più anziano e rappresentato con lineamenti più europei: per alcuni il nome deriva da Melech che significa Re, per altri ha radici semitiche e corrisponde al re della luce.
Baldassarre, invece, era il nome del mitico re di Babilonia Balthazar (altro indizio sulla sua possibile provenienza?). Sta di fatto che costui viene rappresentato come un moro ed era il più giovane. Il suo nome significa sia salva la vita del Re.
Gaspare, infine, era il signore di Saba o Signore del tesoro (Jasper).
Stando ad alcune fonti quindi erano tre uomini, tre sapienti, tre sacerdoti che vengono visti come re per i doni che portano, sicuramente doni regali (occhio al gioco di parole). È il Cristianesimo che li dipinge dunque come effettivi sovrani; guardando la cosa ad un livello ulteriore capiamo come essi dovessero apparire simbolo dei popoli del mondo. Uomini di età e razze diverse che credono e si inchinano di fronte alla dolcezza del bambino adagiato nella culla. Anche il fatto che “vengano da lontano” è indicativo: rappresentano quelle che erano identificate come persone gentili, che in questo preciso caso significa “non ebrei”.
I Magi sono specchio di ogni persona nel mondo, unita nel segno di Gesù Bambino.

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I TRE DONI
Tutti ormai sanno che il tre è un cosiddetto numero magico. Identifica la trinità se vogliamo leggerlo nel senso religioso, ma è anche uno dei numeri perfetti. In questo caso tutto riporta all’origine divina di Gesù, senza dimenticare che però è anche uomo. L’oro, di per sé ovviamente prezioso, è il dono per eccellenza degno di un re, e loro sono al cospetto del Re dei Re. L’incenso invece è sinonimo di adorazione divina. La mirra era infine una pianta da cui si poteva estrarre una resina gommosa, la quale una volta mischiata ad altri oli aveva proprietà mediche e la si usava per ungere i corpi (e Cristo significa esattamente unto).
Il tre rappresenta anche il numero dei continenti fino ad allora conosciuti: Europa, Asia e Africa.

IL QUARTO RE
Abbiamo fino ad ora parlato di tre Magi perché è il Cristianesimo che ne ha stabilito il numero. Ma in molti sapranno che nel Vangelo di Matteo non si fa menzione di un numero preciso. Tantomeno non compare negli altri tre; il loro numero (così come i nomi, ndr) ci vengono da quei testi non riconosciuti dalla Chiesa, ossia i vangeli apocrifi. Esistono inoltre tradizioni alternative minori che parlano di due o addirittura di dodici magi, ma quella forse più stuzzicante è l’ipotesi che sostiene l’esistenza di un quarto re.
Un uomo che si incamminò alla ricerca del nuovo Messia, ma che non arrivò mai a destinazione. Ne esistono diverse versioni… Passiamo da quella cinematografica italiana che vede come protagonista Alazhar, un Raul Bova giovane in versione apicoltore che incontrerà i tre Magi e li aiuterà a raggiungere il loro obiettivo, portando in dono qualcosa di più bello dell’oro, dell’incenso e della mirra: umiltà, semplicità e forza di cuore. Così come lui non vedrà Gesù Bambino, anche il protagonista del racconto di Henry van Dyke, Artibano, decise di seguire il segno celeste e andare ad adorare il nascituro. Vendette tutto ciò che aveva e acquistò una perla, uno zaffiro e un rubino da portare come doni. Dando ascolto alla propria coscienza e volendo fare del bene sa che ritarderà di molto rispetto aMelchiorre, Gaspare e Baldassarre.
Il suo incontro con Gesù e con Dio arriverà molto più in là nella sua vita; ne sa qualcosa Taor, principe di Mangalore, una città indiana, altro protagonista di uno splendido romanzo-fiaba firmato Michel Tournier. Gaspare, Melchiorre e Baldassarre (pubblicato in originale nel 1980, tradotto nel 1995 in italiano dalla Garzanti) racconta la storia di quattro uomini che vedono nel nascituro ognuno qualcosa di diverso.
“Gaspare vede nella mangiatoia un bambino nero come lui”, oppure Melchiorre apprende nel bimbo la forza della debolezza (era una principe spodestato). Baldassarre, iconofilo e contro la sua religione iconoclasta, capirà inginocchiandosi di fronte alla mangiatoia che la somiglianza racchiude e unifica anima e corpo. Il protagonista poi, il quarto re –appunto- insegue la ricetta di un cibo sublime e trascendente, capace di soddisfarlo tanto da non voler più magiare altro fino alla fine dei giorni. Ma anche lui non arriverà in tempo, diciamo.
Insomma, tante suggestioni che vanno ad avvalorare l’idea che i magi che si incamminarono verso la capanna di Betlemme non fossero solo tre.

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LA MORTE E LE RELIQUIE
Che cosa successe a questi uomini alla loro morte?
Ne parla anche Marco Polo ne Il Milione, il quale dice di aver visto la tomba dei Magi nella città di Saba (parla di tre Magi) intorno al 1270. Altri sostengono che i loro resti mortali furono recuperati in India da Sant’Elena e poi portati a Costantinopoli. Si dice poi che finirono nella basilica di Sant’Eustorgio a Milano, trafugati infine da Federico il Barbarossa che li portò a Colonia. Sempre a Milano tornarono nei primi anni del 900 alcune reliquie esposte di fianco al sarcofago di pietra con l’iscrizione Sepulcrum Trium Magorum.

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I MAGI E LA BEFANA
Chiudiamo perché forse siamo stati un po’ prolissi con una curiosità. Sì perché l’Epifania non è solo il giorno dei Magi, ma è anche quello della Befana.
La concezione della festa popolare prevede che si facciano doni ai bambini in questo giorno, proprio per ricordare i doni che i Magi fecero al Bambin Gesù. Ma per chi non lo sapesse la nostra simpatica vecchina con il porro sul naso e a cavallo della sua scopa trova le sue origini in una dolce ed ospitale nonnina che, stando ad una leggenda del tredicesimo secolo, aiutò i tre viandanti a trovare la strada giusta. Essi le chiesero allora se volesse venire con loro, ma l’anziana rifiutò. Pentendosi però, tentò di inseguirli, senza successo: così continuò a vagare e a cercare Gesù Bambino, dando doni a tutti i bimbi che incontrava sperando che uno di essi potesse essere colui che stava cercando.