La fragilità

La storia che riporto, dalla mia cartella documenti, mi piace molto e mi fa pensare a quanti si lamentano della fragilità, ormai presente nella loro vita di persone avanti negli anni e quindi “diversamente giovani”, come recita  un grazioso  detto. Buona domenica per tutti voi, miei cari lettori.

Ogni giorno, un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villagio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio perdeva acqua. L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia. L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di
 far notare la sua perfezione: “Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”.

 Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: “Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite”.

Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse: 

“Guarda il bordo della strada”.
“Ma è bellissimo! Tutto pieno di fiori!” rispose l’anfora.
Hai visto? E tutto questo solo grazie a te disse il padrone. “Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno”.

 La vecchia anfora non lo disse mai a nessuno, ma quel giorno si sentì morire di gioia. Siamo tutti pieni di ferite e screpolature ma, se lo vogliamo, possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni.

Ottobre

Potrei definire ottobre  mese della riflessione e della ricerca di me stessa, considerato che  molte persone a me care ricordano il giorno della loro nascita, il cosiddetto   compleanno, giusto in questo mese.

Ottobre si ripresenta  con i filari delle viti già rosseggianti, con i suoi alberi d’olivo  che nella nostra terra di Sicilia aspettano  desiderosi la pioggia  per vedere il loro frutto, la nocellara del Belice, pronto per la raccolta e per la molitura.

Il cielo si è commosso e un po’ di pioggia è arrivata nei giorni scorsi,  ma ancora si aspetta altra pioggia lenta e continua, che possa ristorare gli alberi e il cuore di quanti amano questa terra.

Il mio compleanno cade giusto in questo mese, ma desidero ricordare  una persona speciale, la zia Emilia, vissuta negli anni della mia giovinezza, nella piccola città  dei miei genitori. Gli anni, ormai trascorsi, mi consentono di rivederla, alta e sottile, dal portamento dignitoso e con un volto sereno e cordiale, quando il giorno del suo 80° compleanno si recava in chiesa, alle nove del mattino, per ringraziare il buon Dio che le aveva concesso ancora un anno di vita. Noi tutti, che lei considerava nipoti, eravamo felici di  augurarle anni e anni ancora e lei ringraziando ci suggeriva di pregare ringraziando il Signore e i nostri Santi protettori.

La semplicità della zia Emilia portava alcuni di noi a raccontarle qualcosa di particolare, come la preparazione dei piselli imbottiti, ricetta suggerita da Lina, giocherellona e pronta a scherzare su tutto. La zia Emilia si chiedeva come fare, poi sorrideva con tutti noi e tutto tornava alla normalità.

La semplicità di alcune persone anziane, che ho incontrato lungo il percorso della mia vita, mi dà tanta consolazione se  rifletto su questo mondo ormai perduto per le truffe e le cattiverie perpetrate a danno di molti, che sono arrivati ad una certa età, lavorando e sacrificandosi per i propri cari.

Accade, recentemente, di ricevere strane telefonate da sedicenti associazioni per la cultura, pronte a consegnare  personalmente un premio a me o ad altri che amano la poesia e l’arte, considerato il grande contributo che si è dato al mondo della cultura. Rifiutando la consegna di tale premio, si usa la saggezza e la prudenza e si evitano ulteriori problemi di vario genere.

Beata semplicità dei nostri nonni e della cara zia Emilia, che sicuramente sarebbe stata contenta di leggermi.

San Francesco

Il 4 ottobre  si festeggia San Francesco d’Assisi, proclamato patrono d’Italia da papa Pio XII il 18 giugno del 1939 insieme a Santa Caterina da Siena. Fondatore dell’omonimo ordine religioso (quello dei francescani), è anche conosciuto come il poverello d’Assisi per la sua rinuncia ai beni terreni e la sua compassione rivolta ai più deboli, ai malati e agli emarginati.

Nato nella città umbra nel 1182 da una ricca famiglia di mercanti, il padre Pietro di Bernardone decise di chiamarlo Francesco dopo un viaggio in Francia e in onore di questa nazione dove fece fortuna (a dispetto della madre che per lui aveva scelto il nome Giovanni). In giovane età fu partecipe della cultura ‘cortese-cavalleresca’ del proprio secolo, delle ambizioni del proprio ceto sociale, della vita agiata della sua famiglia, ma intorno al 1205 arrivò la conversione e con quella anche la rinuncia a tutti i suoi beni. Il suo biografo racconta che a spingerlo alla vita monastica fu la voce del Signore che, attraverso l’icona del Crocifisso, gli aveva detto: “Francesco va, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”.

Poeta e letterato, autore del  celebre ‘Cantico delle creature’), si deve a lui la tradizione del presepe. Gli storici  narrano che ricevette le stigmate su mani e piedi sul monte della Verna il 14 settembre 1224. La morte lo colse il 3 ottobre 1226. Due anni dopo fu canonizzato da papa Gregorio IX.

La sua tomba, situata sotto l’altare della Basilica Inferiore di Assisi, è da sempre meta di pellegrinaggi e il culto del santo è molto diffuso.

Nel 2013, eletto Papa, Jorge Mario Bergoglio ha preso il nome di Francesco proprio in onore del santo di Assisi.  Infatti il pontefice lo ha ricordato  nel corso dell’Udienza generale, invitando a prendere spunto da lui per rafforzare “l’attenzione al creato”.

 

Torta soffice allo yogurt

Per i più golosi…la torta allo yogurt

Ingredienti:  2 uova grandi, 1 bicchiere di yogurt magro, i bicchiere di zucchero, i bicchiere scarso di olio di oliva mescolato al succo di mezza arancia o limone, scorza di arancia o di limone, farina 00 quanto basta, 1 busta di lievito per dolci.

Procedimento: lavorare le uova intere con lo zucchero, aggiungete uno alla volta gli altri ingredienti, fino ad ottenere un impasto leggero e  morbido. Sistemare in una pirofila imburrata e infarinata, aggiungere una parte lavorata con cacao in polvere e infornare per 25/30 minuti in forno già caldo.

La gattina Sheva

Baldo e Tamara vivono a Torino da molti anni, anche se le loro radici sono altrove, cioè in Sicilia e in Russia. La loro casa torinese è molto accogliente per l’affettuosa ospitalità che offrono ai loro amici che arrivano volentieri, anche da lontano, per rivivere con loro alcuni momenti di gioia intessuta di ricordi e di nostalgia per il tempo passato. Appena si apre la porta d’ingresso, una graziosa gattina mi accoglie e scappa per il corridoio, è una micia tigrata, di razza soriana, dai grandi occhi verdi che fanno pensare ad un piccolo laghetto alpino o all’erba fresca dei prati che noi vediamo in primavera. Tempo fa è stata raccolta in cantina, dove era stata dimenticata in un angolo buio, mentre la sua mamma e gli altri micetti venivano trasferiti altrove. Il suo nome è Sheva, un nome russo che Tamara ha voluto darle per il ricordo che lei serba della terra che ha dato i natali ai suoi genitori, rifugiatisi in Italia per non vivere sotto un regime disumano tipico dei paesi dell’Est europeo dopo la seconda guerra mondiale. Tamara, da pochi anni, ha iniziato a studiare la lingua e la cultura russa ed è felice di ricordare alcune espressioni ascoltate durante la sua infanzia dalle labbra della sua mamma e del padre, un pittore di grande talento e sensibilità. La gattina è motivo di gioia per Tamara che rimane spesso in casa mentre Baldo va fuori per tante ragioni e il giovane figliolo, Norberto, esce di casa molto presto per recarsi al lavoro in azienda. La piccola Sheva si muove veloce per tutta la casa, corre come un razzo per giocare con i suoi tre topolini-giocattolo, va verso la scodella del cibo che divora in un baleno, poi si raggomitola su di una poltrona e aspetta che qualcuno della famiglia si sieda per saltargli sulla spalla o sulle gambe. A differenza di altri gatti, la micia non distrugge i tappeti né graffia le porte in legno chiaro, si comporta correttamente anche se i suoi padroni la definiscono “selvaggia”. Nei giorni in cui sono rimasta ospite dei miei amici torinesi, la gattina mi seguiva, indugiava dietro la porta chiusa della cameretta degli ospiti e aspettava al mattino che io aprissi per guardarmi con i suoi grandi occhi luminosi e verdi, chiedermi “chi sei” e dirmi “benvenuta”. Così penso di avere accolto il suo messaggio, anche se non ho sentito il suo miagolio né altro verso tipico dei gatti, posso dire che la gattina Sheva si aggiunge alle storie vere che ho già scritto su altri animali. Sicuramente gli animali, creature del buon Dio, come gli alberi e i fiori, sanno donarci gioia e ci aiutano a vivere questa parte della nostra vita.