I cestini di Pasqua

Ogni anno nel periodo pasquale  mia madre e le zie  preparavano i cestini di pasta dolce con l’uovo sodo, detti “cannileri” o “campanari” nel dialetto della Sicilia occidentale. La  confezione dei dolci pasquali destava gioia ed euforia nell’animo dei bambini che volevano essere presenti per vedere da vicino la confezione  dei “panarini” e dei “pupi con l’uovo”.

Specialista nel preparare l’impasto era mia madre che riusciva a combinare la farina con lo strutto e le uova fresche insieme a un po’ di zucchero e ad una modesta quantità di lievito fino ad ottenere  una pasta morbida. La zia Peppina, coadiuvata dalla zia Audenzia,  lavorava la pasta  creando delle forme particolari: il cestino con il manico intrecciato e tante striscioline sistemate sull’uovo sodo, il pesce, la colombina e i pupi, difficili da confezionare ma belli a vedersi tanto per i grandi che per i piccoli. La  confezione dei pupi iniziava con la sistemazione di due uova nella parte centrale della pasta che formava il vestito della pupa, poi si procedeva a confezionare il viso, due grani di pepe per significare gli occhi, il nasino e la bocca sorridente, i riccioli e il cappellino  per completare. Il busto e le braccia venivano adornati da un gilet lavorato e da nastrini di pasta, poi si finiva con le scarpette e la borsa e si riponeva la “pupa di Pasqua “ nella teglia insieme  ai cestini, ai pesci e alle colombine, dopo aver spennellato tutti i dolci con il tuorlo d’uovo battuto e averli adornati con i “diavolini”, minuscoli pallini di zucchero colorato.

Allo stesso modo della pupa la zia Peppina confezionava il pupo, ma noi bambine volevamo i vari dolci e in particolare la bambola di pasta dolce anche se per  consumarla dovevamo aspettare il giorno della festa o il lunedì dell’Angelo, quando si andava a Cannamasca, una località coltivata ad agrumi e alberi da frutta , di proprietà dello zio Serafino, uomo  di grande bontà nei riguardi dei figli e dei piccoli nipoti  e molto legato alla famiglia e al lavoro.

Percorrendo un po’ di kilometri a piedi da Ribera si raggiungeva la zona del Verdura e quindi Cannamasca, cosiddetta per la folta presenza di canne lungo il confine bagnato dal fiume ora diventato una serie di rigagnoli scarsi di acqua. La vecchia casa di campagna era dotata di  alcune sedie, di un tavolo e  di tanta legna da poter preparare un fuoco forte e duraturo per arrostire salsicce e carciofi  da consumare con il pane “di casa” preparato dalla zia Peppina. Ricordo il forno di pietra sistemato in una stanza a pianoterra dell’antica casa di mia nonna Tina, dove si cuocevano il pane e i dolci compresi i pupi e i cestini di Pasqua .

Appena infornati i dolci pasquali, mia madre e le zie si sedevano attorno ad un tavolo e parlavano del tempo di cottura, poi restavano in attesa conversando dei preparativi per il pranzo della festa dividendosi i compiti e vivendo serenamente quel voler stare insieme. Appena i dolci erano cotti e dorati  la zia Peppina, artefice principale  di quei capolavori, chiamava noi bimbe e ci mostrava  le pupe  e gli altri dolci  con grande soddisfazione e giocondità che ora vedo con gli occhi di allora non senza nostalgia per il tempo passato.

Altri tempi e altri luoghi, voi direte, ma l’infanzia era tale e non inquinata dalle varie speculazioni tipo la Pasqualina cento sorprese che la piccola Anastasia ha ricevuto in dono senza esserne troppo contenta.

La nostra infanzia non conosceva l’uovo di Pasqua né gli agnellini di pasta reale che mia madre imparò a confezionare molti anni dopo  nel periodo della  nostra permanenza a Menfi, dove mio padre si fermò per un lungo periodo come segretario comunale. Ora poche persone sanno confezionare  i pupi, alcune riescono a preparare i cestini e altro, ma il sapore  di allora ritorna solo nell’onda variegata dei ricordi.

Nella Cusumano Lombardo

 

Pubblicato da

Nella Cusumano

Amo scrivere poesie e racconti, a parte le ricette antiche della cucina siciliana che amo in particolare perché sono sempre vissuta qui e nata per caso nel Friuli.

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