Fiori di maggio

Sorridono

gialle margherite

i fiori di maggio

esplodono anzitempo

vivono per noi.

Il primo maggio

infiorano le soglie

di ogni abitazione

sorridono

sul cemento polveroso

aspettando il tramonto.

Ritorna lo stupore

adolescente

dei petali strappati

dal vento di scirocco

impietoso e pronto

a distruggerli.

Come viaggiatori

dopo  un lungo cammino

cerchiamo la luce

fra i fiori recisi

e sentiamo

rivivere in noi

l’infanzia mesta

del dopoguerra

quando riuscivamo

ad essere felici.

 

Nella Cusumano Lombardo

 

 

 

 

 

 

 

L’itinerario dei saperi e dei sapori

Visita al centro storico di Castelvetrano -Selinunte 

Da piazza Regina Margherita– piccolo giardino della fine Ottocento, con una fontana del Rutelli, la cosiddetta “bambocciata”, al Liceo classico G.Pantaleo, ex-convento domenicano, costruito nel 1470 con la chiesa di S.Domenico, un vero capolavoro del manierismo siciliano, definita la Bibbia di pietra.

Giovanni Pantaleo, eroe garibaldino, radunò 200 picciotti e lasciato il convento dei Riformati di Salemi, seguì Garibaldi in tutte le sue imprese. Lasciò il suo abito di frate

Visse la sua vita avventurosa ed è sepolto a Roma, nel cimitero del Verano .

Chiesa di S.Giovanni Battista-patrono della città insieme a S.Francesco da Paola-

Costruita nel 1589 per la generosità della famiglia Majo, fu completata egli anni e rimaneggiata  alla fine dell’Ottocento per un disastroso incendio. Troviamo una pregevole statua in marmo di S.Giovanni Battista del Gagini, scolpita nel 1522. Degne di nota le opere pittoriche di Pietro Novelli e di Orazio Ferraro, come gli affreschi di Gennaro Pardo.

Chiesa di Sant’Agostino– 1565-1570 è sede permanente della mostra Selinunte immaginata.

Museo civico– ospitato nel cinquecentesco palazzo Majo, dove ha sede anche la Biblioteca comunale. Il Museo è ricco di reperti archeologici, fra i quali l’Efebo e la lamina plumbea. Le metope selinuntine sono custodite al Museo di Palermo.

Sistema delle piazze– centro politico religioso e sociale della città, con edifici di epoche e di stili diversi. Degni di nota: la chiesa del Purgatorio, oggi Auditorium, dove è stata allestita una mostra sul Ferraro, allievo del Serpotta, il Collegio di Maria, la collegiata dei Santi Pietro e Paolo voluta dalla principessa Stefania Aragona Cortes, il Palazzo di città, propaggine secentesca del Palazzo Pignatelli, realizzato  sulla struttura di un medievale castello federiciano, di cui rimane la torre ottagonale di nord-est.

Chiesa Madre– dedicata a Maria Assunta, fu ristrutturata a partire dal 1520 per volere di Gian Vincenzo Tagliavia. Sono presenti pregevoli opere d’arte  e decorazioni, opera del Serpotta e di Antonino Ferraro jr. La torre campanaria di S.  Giorgio  fu costruita nel 1552 per volere di Carlo d’Aragona.

Fontana della Ninfa– del 1615- al suo apice si nota lo stemma della città con la palma dei Tagliavia  che si collega a Palmosa civitas, definizione attribuita da Virgilio a Selinunte nel III libro dell’Eneide .

Necropoli– nella stessa piazza è visibile un’estesa necropoli del periodo bizantino o del cristianesimo delle origini, a dimostrazione delle antiche tracce  della presenza umana nel territorio della città.

Teatro Selinus– di stile neoclassico- costruito alla fine dell’Ottocento, là dove esisteva un piccolo albergo che ospitò Goethe nel 1787. All’ingresso la bambocciata di Mario Rutelli (1883). Famoso il sipario(1910) di Gennaro Pardo che raffigura Empedocle che parla ai Selinuntini .

 

Itinerario dei sapori– sulla via Garibaldi, al panificio Rizzo troviamo il pane nero ottenuto con la fusione di due tipi di farina, quella di grano duro e quella di tumminìa, una varietà di frumento locale, macinato a pietra .

Il pane impastato con acqua, sale e lievito naturale, viene  cotto in forno alimentato con rami d’olivo. Si consuma appena caldo e cunzatu con olio d’oliva, formaggio fresco, alici diliscate, pomodoro e basilico.

Olive verdi della varietà nocellara del Belice, condite con carota e sedano ( olivi cunzati) e gustate con un po’ di pane nero.

Biscotti piccanti– tipici per le spezie che contengono.

Dolci – gateau di ricotta farcito con canditi e cioccolato fondente, dolci natalizi con ripieno di mandorla e miele.

Nella Cusumano Lombardo

 

Nella Cusumano Lombardo

La palma

Palmosa civitas

La città di Castelvetrano, dove abito dagli anni ‘80, è vicina al mare, può considerarsi l’entroterra di Selinunte, antica e prestigiosa colonia greca, più famosa nell’antichità di quanto lo sia ora, visto che della Sicilia vengono privilegiate Segesta o Taormina  per citare due località presenti nei cosiddetti tours per turisti attempati e no. L’emblema di questa città consiste in una palma rigogliosa  sormontata da una corona (che si riferisce ai principi che la governarono nei secoli passati e precisamente ai Tagliavia-Aragona). Lo sfondo azzurro che lascia spiccare la palma fa pensare al colore intenso del cielo all’imbrunire, quando i colori non si sono ancora nascosti nel buio delle notti estive, pregne di aromi e di sensazioni uniche come il forte odore del gelsomino arabo  dalle bianche piccole stelle fragili e delicate come mani di bambino.

La città  era circondata da molti boschi chiamati “foresta di Peribaida “ che s’interponeva fra  la zona abitata e il mare. La palma, simbolo di una città, forse non  suscita particolare interesse nella maggior parte dei miei lettori, ma per me è significativa, sa di Africa , di terre particolari come la  Palestina che ho visitato alcuni decenni  fa, sa di  mare e di sole come la nostra isola mediterranea.

A Gerico, ricordo di aver visto dei filari altissimi di palme dal fusto solido e dritto, chiomate in cima e adorne di datteri scuri e grandi come le nostre noci: quei datteri li vedo ancora, serviti come dessert in un ristorante della città palestinese .

L’albero della palma è familiare a tutti noi e  ci riporta alla  tenera piccola palma intrecciata e benedetta  prima della Pasqua per non dire  delle letture che facevamo da ragazzi, al ginnasio, quando incontravamo eroi decorati con la palma della “vittoria”.

La palma resiste bene alle intemperie e ai violenti attacchi dello scirocco che colpisce spesso le coste della nostra Sicilia; per queste ragioni molte palme vivono bene nelle zone di mare e adornano i viali delle città  di questa isola, come di altre zone del Sud. Le origini della palma si ritrovano nelle zone tropicali del vecchio e del nuovo mondo; vengono elencati 200 generi con 2500-3000 specie delle quali due indigene europee;  in Italia cresce spontaneamente la palma nana o palma di S.Pietro martire, che vive bene  nelle zone centro-meridionali e nelle isole.

I martiri cristiani vengono  rappresentati con la palma del martirio, gloria per i credenti  in Cristo che dopo il tripudio e l ‘OSANNA  di  Gerusalemme  fu tradito e messo in croce. L’importanza della palma  nel mondo cristiano si lega alla testimonianza di migliaia di martiri che hanno saputo difendere la loro fede segnando così la vittoria del bene sul male anche in questo nostro periodo.

Penso alle missioni diffuse in tutto il mondo, ai volontari religiosi e no che rischiano momento per momento e spesso rimangono vittime immolate per la  incomprensione e la intolleranza di molti. Rasserenante la vista delle oasi in terra d’Africa:  palme altissime chiudono uno spazio  interessante per le carovane  che trovano ristoro  e pace. In Africa equatoriale cresce la palma da olio, alta una ventina di metri con foglie pennate lunghe da 3 a 5 metri, che produce frutti color giallo arancio grandi come prugne, da cui si ricava l’olio. Esistono palme “da vino”  in Africa tropicale e in America, dove  per incisione dello spadice o del  cono gemmario si ricava un succo che viene poi messo a fermentare e si trasforma in bevanda alcolica. In natura vivono palme da zucchero, palme da rafia, palme da cera, palme che forniscono corono cioè avorio vegetale usato per fabbricare bottoni. Esiste una varietà infinita di palme che elargiscono i loro doni  a noi  creature di questa madre terra,  poco conosciuta  dagli stessi suoi abitanti. Purtroppo oggi il punteruolo rosso distrugge le nostre palme uccidendole nel cuore del fogliame, portando le splendide foglie a staccarsi dal fusto e a cadere dimesse sul terreno circostante. Il  forte vento isolano  non riesce a  piegare o a ferire una palma (non ancora aggredita dal malvagio punteruolo), perché il suo fusto solido e le sue enormi foglie cercano la limpidezza e la trasparenza di un cielo sempre azzurro come gli occhi di un bambino, i suoi frutti chiamati in Tunisia “dita di luce” danno il sapore della generosità e della gioia di saper donare senza chiedere nulla in cambio.

Nella Cusumano Lombardo

 

Maria di Magdala e l’annuncio

Leggiamo nei  Vangeli che una donna, Maria di Magdala, ossia la Maddalena, nota per la sua vita di peccato e per la sua conversione a seguito dell’incontro con Gesù, si reca al sepolcro del Maestro quasi all’alba, forse perché voleva piangere  sulla tomba di un morto, ma arriva e vede il sepolcro vuoto, il sudario e il lenzuolo  lasciati a terra e la pietra sepolcrale ribaltata.

La meraviglia e l’angoscia invadono la mente  di Maria che non sa trovare spiegazione, si guarda intorno e vede un tale aggirarsi nella zona del sepolcro e si rivolge a lui, chiedendo notizie del Maestro e della tomba vuota.

La persona che incontra la chiama per nome e lei riconosce il Signore, pronuncia un nome  a lei familiare, Rabbunì e corre per annunciare agli apostoli che ha visto il Maestro risorto, ma molti non credono alle sue parole e pensano che le sue siano soltanto allucinazioni. Solo Pietro e Giovanni non restano delusi e inattivi ,ma corrono verso il sepolcro e vedono il sudario e il lenzuolo lasciati a terra e la tomba vuota.

Grande stupore invade l’animo dei due, a differenza degli altri, che stentano a credere al fatto che un morto possa risorgere.

Mi chiedo perché una donna, la Maddalena, vede per prima il Maestro e porta l’annuncio a tutti, piena di gioia e di stupore, divenendo così la prima discepola di un Gesù che non fa differenza e guarda al cuore delle persone,  come la donna adultera e la samaritana, il ladrone crocifisso accanto a lui, per ricordare solo alcuni personaggi presenti dei Vangeli.

Da ricordare che lo stesso Maestro aveva cacciato via i mercanti dal tempio,  aveva accusato  scribi e farisei e con il suo modo rivoluzionario  aveva insegnato ad amare  Dio e il prossimo come noi stessi.

Una rivoluzione, quella  che leggiamo tra le righe dei Vangeli? Penso proprio di si e  mi auguro che la Pasqua di Risurrezione porti luce e gioia nella nostra vita, nonostante  la triste realtà che circonda il nostro essere qui in questo mondo sconvolto e svalutato, violento e sconfitto dal dilagare del male.

Possano le forze del bene venire in aiuto della nostra umanità offesa e degradata, riscattare la dignità di ogni creatura viva e presente in questo difficile momento storico, in cui le migrazioni gli atti inconsulti e le vittime innocenti reclamano verità e giustizia. Buona settimana di Pasqua per i miei lettori.

I cestini di Pasqua

Ogni anno nel periodo pasquale  mia madre e le zie  preparavano i cestini di pasta dolce con l’uovo sodo, detti “cannileri” o “campanari” nel dialetto della Sicilia occidentale. La  confezione dei dolci pasquali destava gioia ed euforia nell’animo dei bambini che volevano essere presenti per vedere da vicino la confezione  dei “panarini” e dei “pupi con l’uovo”.

Specialista nel preparare l’impasto era mia madre che riusciva a combinare la farina con lo strutto e le uova fresche insieme a un po’ di zucchero e ad una modesta quantità di lievito fino ad ottenere  una pasta morbida. La zia Peppina, coadiuvata dalla zia Audenzia,  lavorava la pasta  creando delle forme particolari: il cestino con il manico intrecciato e tante striscioline sistemate sull’uovo sodo, il pesce, la colombina e i pupi, difficili da confezionare ma belli a vedersi tanto per i grandi che per i piccoli. La  confezione dei pupi iniziava con la sistemazione di due uova nella parte centrale della pasta che formava il vestito della pupa, poi si procedeva a confezionare il viso, due grani di pepe per significare gli occhi, il nasino e la bocca sorridente, i riccioli e il cappellino  per completare. Il busto e le braccia venivano adornati da un gilet lavorato e da nastrini di pasta, poi si finiva con le scarpette e la borsa e si riponeva la “pupa di Pasqua “ nella teglia insieme  ai cestini, ai pesci e alle colombine, dopo aver spennellato tutti i dolci con il tuorlo d’uovo battuto e averli adornati con i “diavolini”, minuscoli pallini di zucchero colorato.

Allo stesso modo della pupa la zia Peppina confezionava il pupo, ma noi bambine volevamo i vari dolci e in particolare la bambola di pasta dolce anche se per  consumarla dovevamo aspettare il giorno della festa o il lunedì dell’Angelo, quando si andava a Cannamasca, una località coltivata ad agrumi e alberi da frutta , di proprietà dello zio Serafino, uomo  di grande bontà nei riguardi dei figli e dei piccoli nipoti  e molto legato alla famiglia e al lavoro.

Percorrendo un po’ di kilometri a piedi da Ribera si raggiungeva la zona del Verdura e quindi Cannamasca, cosiddetta per la folta presenza di canne lungo il confine bagnato dal fiume ora diventato una serie di rigagnoli scarsi di acqua. La vecchia casa di campagna era dotata di  alcune sedie, di un tavolo e  di tanta legna da poter preparare un fuoco forte e duraturo per arrostire salsicce e carciofi  da consumare con il pane “di casa” preparato dalla zia Peppina. Ricordo il forno di pietra sistemato in una stanza a pianoterra dell’antica casa di mia nonna Tina, dove si cuocevano il pane e i dolci compresi i pupi e i cestini di Pasqua .

Appena infornati i dolci pasquali, mia madre e le zie si sedevano attorno ad un tavolo e parlavano del tempo di cottura, poi restavano in attesa conversando dei preparativi per il pranzo della festa dividendosi i compiti e vivendo serenamente quel voler stare insieme. Appena i dolci erano cotti e dorati  la zia Peppina, artefice principale  di quei capolavori, chiamava noi bimbe e ci mostrava  le pupe  e gli altri dolci  con grande soddisfazione e giocondità che ora vedo con gli occhi di allora non senza nostalgia per il tempo passato.

Altri tempi e altri luoghi, voi direte, ma l’infanzia era tale e non inquinata dalle varie speculazioni tipo la Pasqualina cento sorprese che la piccola Anastasia ha ricevuto in dono senza esserne troppo contenta.

La nostra infanzia non conosceva l’uovo di Pasqua né gli agnellini di pasta reale che mia madre imparò a confezionare molti anni dopo  nel periodo della  nostra permanenza a Menfi, dove mio padre si fermò per un lungo periodo come segretario comunale. Ora poche persone sanno confezionare  i pupi, alcune riescono a preparare i cestini e altro, ma il sapore  di allora ritorna solo nell’onda variegata dei ricordi.

Nella Cusumano Lombardo

 

Pasta reale

Ingredienti

gr.500 di farina di mandorle

gr.250 di zucchero a velo

1 cucchiaio di gin o altro liquore

1-2 cucchiai di amido per dolci

3 cucchiai di acqua minerale

Procedimento

Mescolare la farina di mandorle con lo zucchero a velo. il liquore e l’acqua,  lavorare per amalgamare il tutto fino ad ottenere una pasta liscia e morbida. Se occorre aggiungere l’amido per dolci.

La pasta ottenuta può essere modellata a piacere in forme varie: frutta detta di marzapane o di martorana, agnellini pasquali, gallinelle o altro.

Buona Pasqua e buona preparazione

pecorelle

Aprile dolce dormire

Siamo già nel quarto mese dell’anno e avverto la fuga dei giorni, sempre più veloci e inafferrabili. Nei lontani anni della mia infanzia, avvertivo il tepore della primavera e amavo dormire più del solito, indugiando nel mio lettino e ignorando il richiamo insistente di mia madre. Oggi 2 aprile  un velo biancastro avvolge il paesaggio e una pioggia sottile insiste sulle mattonelle del terrazzo e sui vetri, quasi a voler pulire e rigenerare i campi fioriti e adorni di margherite gialle, alte luminose e portatrici di luce nella loro semplicità arcana e conosciuta. Siamo vicini alla Pasqua di Resurrezione, ma nel mio animo avverto una sottile malinconia , un desiderio di vita serena e normale, un bisogno di vedere intorno a me un mondo pulito e privo di violenza, di fanatismo esasperato, di vittime innocenti. Desidero profondamente rivivere quel tempo lontano, che mi portava a sentire la primavera e a dormire serenamente.