Bianchino e i mandorli

A marzo dovrebbe arrivare la primavera, il giorno 21 per essere esatti, ma qui in Sicilia fioriscono  i mandorli a fine gennaio e la valle dei templi di Agrigento offre uno spettacolo meraviglioso a tutti quelli che la visitano.

Il coniglio Bianchino non sapeva della fioritura dei mandorli e quando  si accorse che un alberello poco distante dalla sua casetta era ricoperto di tanti petali simili a piccole ali delicate, di color bianco-rosato, chiamò le sue amiche Gianna e Celestina perché ammirassero quella meraviglia. Era giusto la fine di gennaio e la primavera era un po’ lontana, ma il coniglio guardava quel piccolo albero, quasi fatto a misura di bambino,  poi  vedeva nei prati qualche fiore di trifoglio, di colore giallo luminoso come la luce del sole e si sentiva felice di fronte a tanta bellezza. Arrivò febbraio, il mese capriccioso e Gianna andava ripetendo: “febbraio febbraietto, corto e maledetto”, ma quell’anno i giorni di febbraio passarono veloci e non furono tanto cattivi, a parte qualche raffreddore di cui si lamentavano i bambini e  le persone più sensibili. “Bisogna stare al caldo”- ripeteva Gianna-, mentre Celestina suggeriva “ci vuole sciroppo di coperte, fichi secchi al mattino, come diceva la mia nonna”. Mentre le due bimbe così ragionavano sui rimedi per il raffreddore, un bambino mai visto si avvicinò al piccolo mandorlo e cominciò a strappare i rami fioriti con tanta voglia di fare qualcosa di eccezionale. Bianchino e le due amiche di corsa andarono verso il piccolo albero e rimproverarono aspramente il bambino che aveva recato danno a quella graziosa pianta.”Non sapevo di fare una cosa cattiva- disse il bambino- vi chiedo perdono, non lo farò più”. Bianchino comincio col dire:  “Gli alberi i sono creature del buon Dio e i loro rami sono come le nostre braccia, i loro fiori come  i nostri occhi, che diresti se qualcuno ti strappasse un occhio  o ti facesse male ad un braccio?”.  Queste parole suscitarono commozione nel cuore del bambino e ancor più nel cuore di  Gianna  e Celestina che si asciugarono gli occhietti pieni di lacrime.

Pierrot e il carnevale

Nei lontani anni della mia infanzia, a Carnevale tutti i bambini amavano vestirsi in maschera, e poiché non esistevano i costumi già preconfezionati,per esaudire il desiderio di alcuni, si inventavano nuovi travestimenti, come la damina, la fioraia e altro. Per fortuna il vestito  di Pierrot esisteva ed era stato confezionato da una delle zie, che utilizzando una stoffa bianca di raso , aveva creato dei larghi pantaloni e una blusa adorna di 4 bottoni di velluto nero. Il cappello di stoffa nera a larghe falde si era logorato per l’uso e quindi potevamo vederlo in alcune foto dell’anno precedente.

Il vestito di Pierrot era stato  indossato per anni da tutti i miei cugini, che crescevano e non potendo indossarlo lo passavano a noi piccoli, creando una grande confusione in ognuno di noi. Allora mia madre decideva di mettere a sorteggio i nomi di ciascuno e il primo sorteggiato avrebbe indossato il vestito di Pierrot.

Noi piccoli non sapevamo nulla della storia di Pierrot, ma eravamo attratti da quel vestito e dal viso bianco, ottenuto con tanto talco mescolato con acqua e passato sul viso del fortunato. Per il carnevale Pierrot tornava a circolare per le vie della piccola città della mia infanzia tra lo stupore e l’ammirazione di tanti bambini, felici  di seguire Pierrot seminando coriandoli e stelle filanti per tutto il percorso che si concludeva in una piccola piazza, fra tante altre maschere improvvisate e no.

Le tre piccole e il trucco per la festa di Carnevale

Le tre nipoti piccole, formavano un grazioso trio e lasciavano in disparte Giusy e Michele, quando nei giorni di Carnevale pensavano di vestirsi in maschera e di farsi truccare dalla zia Nella. Venivano al primo piano della casa dei nonni e senza destare alcun sospetto si radunavano nella stanza in fondo al corridoio, stanza  della zia che custodiva nei cassetti dell’armadio antico tutte le matite, gli ombretti, i rossetti e la cipria che adoperava per truccarsi un po’.

Rosangela, la prima delle tre bimbe chiedeva di poter vedere i colori e sceglieva quelli più adatti a lei, che amava disegnare e creare immagini  sui fogli di quaderno. Claudia, con la sua vocina squillante chiedeva gli ombretti e tutto il resto affidandosi alle cure della zia Nella, che si preoccupava anche di Lory, buona e tranquilla, per non creare disparità tra le due sorelline gemelle. I nonni sapevano dell’operazione-trucco e lasciavano fare compiaciuti.

Vestirsi a Carnevale era d’obbligo per le tre bimbe perché a scuola la maestra aveva detto di una grande festa da organizzare, con tanti buoni dolci e musica. Una grande gioia si leggeva negli occhi delle tre bimbe che si guardavano e riguardavano allo specchio dell’armadio antico e commentavano il modo della zia, confabulavano sulla festa e si preparavano a recarsi a scuola accompagnati dal nonno e da mamma Caterina, che preoccupata di altre cose  non si dedicava certamente al trucco di Carnevale. Al ritorno da scuola le tre piccole raccontavano e raccontavano senza stancarsi e si preparavano al pranzo  che la nonna Concettina aveva preparato con tanta cura e affetto.

Così era il Carnevale negli anni  felici dell’infanzia, da ricordare perché appartiene al passato? Forse, anzi penso di si, mie care piccole nipotine ora cresciute ma sempre presenti nel ricordo di quei giorni sereni, quando tutti, me compresa, eravamo giovani.

Gianna e il coniglio

Alla fiera dei giocattoli, qualche tempo fa, la zia Nella aveva acquistato  una bambolina , un coniglio e un orsetto per portarli a casa sua e sistemarli in una poltrona gialla da terrazzo, ampia e adorna di un bel cuscino bianco con piccole rose ricamate in celeste. I tre giocattoli erano destinati alle bimbe, in particolare Sasha e Aurora che frequentano la sua casa e che le vogliono un gran bene tanto da sentirsi nipotine, affettuose come Anastasia, che vive a Verona e  qualche volta verrà anche in Sicilia a trovare le persone care che qui abitano.

Tempo fa, di domenica,  dopo avere allestito un grazioso gazebo, in un angolo della piazza di Castelvetrano, alcune signore proponevano ai passanti l’acquisto di una piccola bambola di stoffa, chiamata “pigotta”, confezionata dalle abili mani delle amiche della zia per aiutare i bambini dei Paesi poveri  attraverso l’Unicef. Chi acquistava una bambola  poteva salvare un bambino che sarebbe stato vaccinato e aiutato a vivere meglio.

Fra le tante bamboline di stoffa, tutte belle, ben vestite, una di nome Gianna attirò l’attenzione della zia che la prese in mano, osservò il suo cappottino bianco e azzurro lavorato ad uncinetto, il suo cappellino bianco e bleu dal quale spuntano tante treccioline bionde che adornano il viso e allora decise di acquistarla. La bambola venne portata a casa e sistemata sulla poltrona gialla con gli altri giocattoli: il coniglio Bianchino che gusta un enorme gelato, l’orsetto Potj vestito di bianco e rosso, la pupazza Celestina con un bel vestito celeste a pois e un grazioso cappellino analogo.

Il coniglio Bianchino, felice di vedersi accanto Gianna, cominciò a guardarla con simpatia, voleva offrirle il gelato, sapere qualcosa di lei, diventare suo amico, ma Gianna era triste perché aveva lasciato le altre bambole sue amiche e si sentiva molto sola. Allora la piccola Celestina cominciò a dirle che potevano essere amiche, giocare insieme, raccontarsi la loro storia e vivere felici con Bianchino e Potj. A quel punto Gianna accennò un timido sorriso e gli altri giocattoli risero forte per la gioia di avere accolto una nuova amica.

La zia Nella, che di solito lavora nella sua grande cucina-soggiorno non si accorgeva di nulla, ma quando si avvicinò alla poltrona gialla vide che il coniglio Bianchino si era voltato verso la bambola Gianna e la guardava compiaciuto, le sorrideva lasciando da parte il suo gustoso enorme gelato. Il coniglio aveva capito che  trovare una nuova amica è più importante di qualunque cosa perché “chi trova un amico trova un tesoro” , dice un antico proverbio.

IMG-20170222-WA0002

Ascolto il silenzio

Questo nuovo anno

mi ripropone

l’ascolto di voci

antiche e già note

la voce del vento

che soffia gelido

e scompone le cime

degli alberi

le voci della pioggia

lenta e sottile

forte e aggressiva

capace di travolgere

piantagioni e casolari.

Non sento le voci

dei bambini

intenti a trastullarsi

con strumenti nuovi

e diabolici

e non conoscono

la bellezza antica

dei giochi all’aperto,

l’aria pulita di gennaio

e il sole splendido

di questa nostra terra.

Ascolto il silenzio

pomeridiano

ricordando

il tempo passato

la gioia dell’infanzia

oggi rubata a tanti

piccoli esseri

che cresceranno

qui e in altre parti

del mondo civilizzato

senza gioia

senza voci nascoste

nel profondo dell’anima.

Nella Cusumano Lombardo