La pianta della salute

“Chi ha la salvia nell’orto ha la salute nel corpo”, recita un antico proverbio.

Folti cespugli di salvia crescono negli angoli del mio piccolo orto, poco distanti dal rosmarino e dall’alloro, piante officinali utili per la preparazione di cibi aromatizzati e gustosi. La salvia, conosciuta dagli Egizi, dai Greci e dai Romani, era definita pianta della salute e dalla scuola medica salernitana era considerata una panacea universale.

La nostra pianta, piccolo arbusto sempre verde, appartiene alla famiglia delle Lamiacee e venne definita salvia officinalis da Limneo. Predilige i terreni asciutti e calcarei, cresce nelle zone dell’Europa meridionale e in Italia, allo stato spontaneo o subspontaneo, nelle regioni del Sud e nelle isole.

Il fusto erbaceo e legnoso raggiunge i 50/80 centimetri e si presenta ramificato e  con graziosi gruppi di foglie, di colore verde-argenteo e di forma lanceolata.

La fioritura avviene in tempi diversi, fra giugno e luglio e consiste in infiorescenze violacee disposte in modo asimmetrico. Vanno raccolti in primavera e in estate, sia i fiori che le foglie per la preparazione di infusi e tisane.

Il nome di questa pianta deriva dal verbo salvare e dal latino salus  e indica salvezza e salute. I Romani raccoglievano la salvia con un rituale particolare, senza adoperare oggetti di ferro, in tunica bianca, a piedi scalzi e ben lavati.

La nostra pianta fu apprezzata in ogni epoca per le sue proprietà antisettiche e per la sua efficacia digestiva e calmante.  L’infuso di salvia  serve a curare una sudorazione eccessiva e certi disturbi della cistifellea e ormonali. In cosmetica l’estratto di salvia è un eccellente fissatore per profumi.

In Sicilia, cespugli di salvia ornano gli spazi soleggiati e in armonia con il rosmarino, creano piacevoli macchie di colore. Le nostre nonne amavano essiccare all’ombra le foglie di salvia e di rosmarino, ben lavate e asciugate, poi le trituravano  per conservarle in vasi di vetro. Un pizzico di foglie serviva a condire gli arrosti o le patate al forno, che acquistavano un  sapore particolare, quando la padrona di casa, aiutata dai familiari, preparava  il forno a legna e lo utilizzava per cuocere il pane e altri cibi semplici come la vita che si viveva nei lontani anni del dopoguerra.

La ginestra

Cespugli di ginestre fioriscono in primavera inoltrata e illuminano di un giallo solare lo spartitraffico dell’autostrada che porta a Punta Raisi, aeroporto di Palermo, per i miei lettori che vivono altrove e non conoscono la Sicilia.

Il profumo delle ginestre in fiore è delicato, pungente se i fiori recisi vengono tenuti in vaso perché inondano tutto l’interno di un’abitazione di effluvi particolari propri della specie più comune, cioè la ginestra odorosa di Spagna, diffusa nei luoghi aridi d’Italia e del Mediterraneo. La ginestra o “fiore del deserto” evoca i versi del Leopardi, noti ai tempi del liceo a tutti gli studenti, ora forse meno conosciuti se non ignorati perché di difficile lettura… Il poeta, ospite della villa Ferrigni alle falde del Vesuvio, precisamente a Torre del Greco, nel 1836, componeva il canto ricordando di aver visto la “odorata ginestra”  a Roma, “donna dei mortali un tempo e del perduto impero”: “…dove tu siedi, o fior gentile, e quasi/ i danni altrui commiserando, al cielo/mand di dolcissimo odor i un profumo/ che il deserto consola…”. Il Leopardi definisce il territorio del Vesuvio “campi cosparsi/ di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava,/ che sotto ai passi al peregrin risona…”

A parte le riflessioni presenti nei versi leopardiani che rimandano al nucleo essenziale della concezione relativa al “male di vivere”, alla natura ostile e matrigna, la ginestra viene assunta come simbolo di speranza e di solidarietà fra gli esseri umani. Di certo il mondo vegetale offre a ciascuno ragioni valide per ben pensare e riconsiderare la nostra vita di persone presenti in un periodo storico difficile per certi aspetti, ma interessante e ricco per le innovazioni e i progressi della scienza e della tecnica.

La nostra pianta appartiene alla famiglia delle “leguminose papilionate” e si presenta come un arbusto alto fino a 5 metri, con rami verdi giunchiformi, cilindrici, foglie semplici e scarse che cadono all’inizio dell’estate, fiori profumati in racemi con corolla giallo-dorata.

I rami contengono fibre che, separate in fiocchi con la macerazione, venivano usate, nel passato, per fabbricare cordami e sacchi. Una varietà di ginestra è detta “dei carbonai”, ma il suo nome è Cytisus scoparius, raggiunge i 2 metri di altezza, i fiori giallo-dorato contengono sparteina, usata in farmacologia per le proprietà diuretiche e cardiotoniche. L’infuso dei fiori di ginestra deve essere preparato in laboratori specializzati e mai in ambiente domestico perché qualunque preparazione “casalinga” può risultare nociva per mancanza di informazione scientificamente valida.

La natura ci offre tante risorse e ci dona svariate meraviglie come la fioritura delle ginestre che rallegrano il paesaggio e trasmettono a ciascuno di noi armonia e bellezza, gioia di esistere e desiderio di comprensione e solidarietà.

Il basilico

Molte erbe odorose, in Sicilia, vengono usate nella preparazione dei nostri piatti tipici e  delle nostre pietanze a base di pesce o di verdure.

Fra queste, il basilico vero trionfatore dell’estate, tanto da essere definito “pianta del sole”, profuma e insaporisce tanti cibi e viene usato dalle massaie quotidianamente per arricchire il gusto della passata di pomodoro, per condire le melanzane alla piastra o alla parmigiana e, unito al pomodoro crudo e al forte sapore dell’aglio, per il pesto trapanese.

È importante sapere che un infuso di basilico (4 o 5 foglie di media grandezza per 1 tazza d’acqua) aiuta la digestione e concilia il sonno.

Il basilico più noto, il cui nome scientifico è “Ocymum basilicum” della famiglia delle Labiate, proviene dalle zone tropicali asiatiche e africane e fu importato in Europa a metà del 1500.

Le foglie del basilico contengono preziose sostanze attive: l’acido tannico, il cineolo, la saponina e un olio essenziale composto anche di canfora. La nostra pianta viene coltivata anche in India e in America per distillarne essenze utili in profumeria. Le foglie di basilico essiccate conservano lo stesso profumo e le stesse virtù di quelle fresche e aiutano ad alleviare il mal di testa. Descrivono le proprietà del basilico i medici più noti dell’antichità, Galeno e Dioscoride, ne parla anche Plinio il vecchio, segno che le virtù terapeutiche delle piante officinali erano note agli antichi studiosi.

Le altre varietà, usate per abbellire giardini, sono l’Ocymum gratissimum, d’origine indiana, arbusto alto fino a 3 metri, con bellissimi fiori di color giallo-chiaro e l’Ocymum viride, o pianta della febbre come viene chiamata nella Serra Leone, grazie alle sue proprietà febbrifughe.

Una leggenda popolare narra di un cespuglio di basilico visto da Sant’Elena imperatrice, quando andava alla ricerca della croce di Gesù, croce che ritrovò vicina a quel cespuglio che profumava in modo inconsueto e persistente.

Una tradizione, ancora seguita ai giorni nostri, ricorda che i semi del basilico vanno interrati il 19 marzo, festa di San Giuseppe, per ottenere piantine rigogliose e forti.

Nei tempi ormai lontani, in ogni balcone o terrazzo, le piante di basilico facevano bella mostra di sè e nelle ore serali aiutavano a tenere lontane le zanzare, vero fastidio nelle zone ricche di vegetazione.

La mia infanzia si lega al ricordo delle foglie di basilico nell’insalata di pomodoro e cipolla, che preparava una delle mie zie, aggiungendo le olive verdi, qualche acciuga che noi ragazzi rifiutavamo.

Mia madre raccomandava a me e a mia sorella di non cenare in casa altrui, ma per noi il sapore di quell’insalata era particolare e qualche volta, senza esitare, restavamo a cena dalla zia Peppina e consumavamo delle grosse fette di pane “di casa”, appena sfornato, senza raccontare nulla a mia madre che si accorgeva lo stesso della nostra innocente disobbedienza.

Coki il pappagallo

Un pappagallo di nome Coki abita in una graziosa villetta alle falde del Monte Rosa, in compagnia di Francesco, un signore pensionato ma pieno di energia e di entusiasmo, tanto da scegliere Coki come suo amico.

Coki, dalle piume variopinte con striature colorate che danno spicco al  colore verde come le foglie degli alberi che circondano la villetta, si sente felice e libero, gioca con il suo amico, si poggia sulla sua spalla, svolazza per lo spazio del soggiorno-cucina e prima di dormire aspetta e vuole il saluto della buona notte.

Il lettore può pensare che scegliere un pappagallo per amico non è tanto comune, quando altre persone amano i gatti o i cani, ma il nostro Francesco aveva scelto Coki per sé e per il suo nipote preferito, considerando che tenere Coki non sarebbe stato difficile e impegnativo come accade per altri animali.

Un giorno Francesco pensa di riordinare il terrazzo della villetta e il pappagallo lo segue, gli sta vicino, osserva il lavoro che io suo amico, cerca di eseguire togliendo le foglie e altro, riordinando lo spazio così esposto alle intemperie.

All’improvviso due gazze malefiche cominciano a svolazzare intorno emettendo suoni forti e sgradevoli che impauriscono Coki al punto che il povero animale spaventato vola lontano e si perde nell’azzurro del cielo.

Francesco si accorge di tutto ma non sa come ritrovare il suo amico e si ritira pensieroso all’interno della sua villetta. Preoccupato di quanto era successo,  a tratti osserva dalla finestra il cielo azzurro, spera tanto che Coki ritorni, ma arriva la sera e non accade nulla. Il nostro pappagallo nel freddo della notte gira a vuoto intorno all’abitato e ad  un tratto, vedendo una finestra illuminata, si ferma e con il becco picchietta insistentemente sul vetro e attira l’attenzione della padrona di casa, guarda caso medico -veterinaria della zona, che riconosce il nostro, lo accoglie , lo rassicura e si preoccupa di avvisare Francesco nelle prime ore del mattino.

Il pappagallo  ritorna dal suo amico e ritrova il suo ambiente, riprende le sue abitudini e torna a svolazzare lieto nello spazio del soggiorno-cucina.

Questa breve storia vera può dirvi di non disperare mai, di avere pazienza, di confidare nella soluzione dei vostri problemi, piccoli o grandi che siano.

Nella Cusumano Lombardo

Signore vorrei

Signore vorrei

prenderti per mano

tenere la tua mano

di Bambino

stretta nella mia mano

lasciarmi condurre

da Te, piccolo e forte

pieno di luce

e di grazia divina.

Signore vorrei

iniziare così

questo nuovo anno

che si aggiunge

al mio tempo

vissuto e sofferto

con gioie e ansie

proprie della fragile

natura umana.

Signore vorrei

prendere la tua piccola

mano e sentirmi

sicura, pronta

a credere e a vivere.

 

Nella Cusumano Lombardo

1-gennaio 2017

Auguri per tutti voi