Frutta di martorana

Ingredienti

gr.500 di farina di mandorle

gr.300 zucchero impalpabile

1 fiala fi mandorla amara

1 fiala di vaniglia

2 gocce di cannella liquida

2/3 cucchiai di acqua minerale naturale

3 bustine di colori per alimenti (rosso ,verde, giallo)

Procedimento

mescolare la farina di mandorle con lo zucchero, aggiungere gli aromi sciolti in un cucchiaio di acqua.  Lavorare ancora con poca acqua fino ad ottenere un impasto morbido. Modellare frutti come le fragole, le castagne, il limone e altro. Lasciare asciugare i frutti e colorare con colori in polvere adatti per alimenti. Buona preparazione e buona festa di Tutti i Santi.

n.b. se l’impasto risulatasse molto morbido aggiungere un po’ di amido per dolci.

Confettura di melecotogne

Ingredienti

1Kg di mele cotogne mature e possibilmente biologiche

gr.800 di zucchero semolato

2 foglie di alloro

succo di mezzo limone

1 cucchiaio di cannella

Procedimento

Tagliare a fette la melacotogna senza togliere la buccia. Lavare accuratamente la frutta e pesarla. Cuocere  a fuoco medio coprendo il tutto con acqua e inserendo le foglie di alloro e il succo di limone. Quando la frutta sarà ben cotta, toglierla dall’acqua di cottura, passarla al moulinex e riporla in una pentola alta e capace aggiungendo lo zucchero. Lasciare cuocere per 10 minuti rimestando con un cucchiaio di legno e aggiungendo alla fine la cannella. Riporre la confettura nei barattoli o in piatti grandi perché possa asciugarsi per essere tagliata a quadratini e consumata ricordando la nostra infanzia.

n.b. non frullate mai la melacotogna dopo la cottura….sarebbe un errore.

La bougainvillea di casa Crispi

A Rio de Janeiro,nel 1769, Philibert Commerson, botanico aggregato alla spedizione intorno al mondo dell’ammiraglio Louis Antoine de Bougainville, individuò questo genere di pianta dalle numerose brattee che contornano il piccolo fiore giallo. Nella nostra isola ampie pareti assolate e muri di recinzione sono illuminati dallo splendore della bougainvillea, di color viola ciclamino,ma soltanto chi proviene dalle regioni del Nord può stupirsi di uno spettacolo così frequente .

Il nome della nostra pianta amica ci riporta al nobile Bougainville, che dopo aver esercitato l’avvocatura e la carriera militare si dedicò alla navigazione specie del Pacifico, riuscendo ad individuare le isole Paumotu, le Samoa, le Nuove Ebridi . Il nostro navigatore partecipò anche con incarichi di comando alla guerra di indipendenza americana ( 1778-1782) . Nella piccola città in cui ho trascorso la mia infanzia e parte della giovinezza, esiste la casa “Crispi”, un grande caseggiato con un giardino all’interno, ma visibile anche da fuori; il muro di cinta delimitato da un ampio portone d’ingresso era ricoperto da una enorme e prosperosa bougainvillea di color violaceo che si imponeva agli occhi dei passanti e incuriosiva i ragazzi del quartiere pronti a strappare dai lunghi sarmenti i cosiddetti “fiori” cioè le brattee delicatissime quasi di carta velina colorata .

I giochi all’aperto erano una caratteristica degli anni cinquanta, quando la piccola via detta dei “pellegrini” era animata da noi ragazzi felici di giocare a campanaro, di saltellare con la corda, di raccogliere formiche per custodirle in uno scatolino di latta.

Ad un certo punto si andava tutti verso il muretto di casa Crispi e si strappavano i fiori della bougainvillea richiamando l’attenzione di una donna esile a servizio dei signori che abitavano in quella casa, una donna mite e fedele ai suoi doveri, di nome Laura ; lei ci richiamava amorevolmente e ci sollecitava a tornare a casa dai nostri familiari, dalle mamme che stavano in pensiero per noi. Il suo modo di fare pacato e affettuoso ci distoglieva dal gesto sciagurato rivolto alla pianta fiorita e tornavamo ai nostri giochi fino all’imbrunire quando la voce di mia madre mi chiamava invitandomi ripetutamente a ritornare a casa . Ancora sento dentro di me quella voce e rivedo i miei compagni di gioco che la vita ha disperso un po’ per ogni dove e ripeto a me stessa che la ricerca del “tempo perduto” alla maniera di Marcel Proust è simile ad un piacevole tuffo nel passato felice dell’infanzia .

Ma torniamo al nostro Francesco Crispi, statista noto alla maggior parte dei lettori, nato a Ribera, anche se molti libri di storia lo dicono nato a Palermo come se la grandezza di una persona si potesse misurare in relazione alla città natale… Nella piccola città della mia infanzia, come ho già scritto, la bougainvillea di casa Crispi forse vive ancora ma non è più la stessa come ciascuno di noi, chiamato dalle circostanze più impensate a percorrere un certo cammino, ricco di esperienze e di gratificazioni senza dubbio, ma incompleto perché segnato anche dalla sofferenza e perché ancora non definito.

La nostra pianta presente in molti spazi, dalle villette ai giardini comunali, allieta il paesaggio e produce ai nostri occhi l’effetto di un gioco d’artificio, proviene dall’America del sud , come si è detto, assume diversi colori , dal rosso porpora al bianco al violaceo al color terracotta chiaro. Ne esistono 20 specie, resiste bene alle intemperie nelle zone assolate come la nostra isola, riveste ampie pareti e ricopre coi lunghi sarmenti adorni di brattee colorate e di un piccolo inconsistente fiore giallo, muri di ogni genere .

La storia della bougainvillea di casa Crispi può sembrare banale, ma assume significato se il ritorno al passato lascia affiorare in noi immagini, suoni, colori che hanno fatto parte della nostra vita.

Nella Cusumano Lombardo

Il trifoglio

Nelle stagioni più fresche cresce spontaneo il trifoglio che illumina ampi spazi liberi o coltivati ad agrumi. In passato, i ragazzi chiamavano il fiore giallo del trifoglio “acetosella” perché spezzandone il gambo riuscivano ad assaporare una linfa aspra e piacevole, quando il tempo libero veniva vissuto correndo liberamente nel verde della campagna siciliana. A differenza delle margherite gialle, dette “fiori di maggio”, che nascono e fioriscono spontaneamente in primavera, il trifoglio resiste ai rigori dell’inverno e offre uno spettacolo di luce e di bellezza agli occhi di chi riesce a fermarsi e a contemplare la natura circostante, spesso ignorata dai numerosi viaggiatori frettolosi che vivono su questo nostro pianeta.

Mi accade di raccogliere i fiori di questa pianta spontanea e dopo averli composti in un bicchiere colmo d’acqua, mi accorgo che al calar del sole i fiori gialli e i tre piccoli cuori che formano la foglia, si chiudono in se stessi come a voler riposare alla maniera degli altri fiori che vivono in aperta campagna. Il trifoglio nasce spontaneo in terreni incolti e nei boschi assume vari colori, dal bianco al violetto al rosso. Ricordo di aver notato ampie distese di trifoglio a Camaldoli, nel Casentino, dove vivono i frati camaldolesi intenti a produrre prodotti naturali, dalla pappa reale al miele di castagno e di trifoglio, a parte i prodotti cosmetici. La cosiddetta “farmacia” di Camaldoli propone al visitatore rimedi naturali, offre uno spettacolo insolito di prodotti allineati e sistemati con ordine e saggezza. A ragione molti, da tutte le parti d’Italia, preferiscono vivere un periodo di ferie in un luogo così suggestivo e particolare.

In botanica esistono 300 specie del genere trifolium, ma solo 60 sono presenti in Italia e a secondo delle regioni, le corolle sono gialle, bianche, rosse o violacee.

Nelle zone dell’Italia centrale e settentrionale, il trifoglio viene coltivato come foraggio e la coltura resiste per 2/3 anni; anche nella valle del Nilo la nostra pianta, detta Trifoglio alessandrino, viene utilizzata per il foraggio

Nella mia infanzia sentivo ripetere spesso una frase : “Trifoglio, l’amor che ti voglio” e poi dalla conversazione fra mia madre e le sue amiche, intuivo che chi trovava un quadrifoglio era fortunato. Oggi a distanza di molti anni dopo aver studiato e letto sulla fortuna e sulla sorte delle persone umane in ogni tempo e in diversi paesi di questo mondo, sono fermamente convinta che il detto latino “quisque faber fortunae suae” non é del tutto veritiero perché la vita va come va e molti imprevisti spezzano i nostri progetti. Di conseguenza i nostri sogni svaniscono come la rugiada sui campi di trifoglio fiorito  non appena i raggi del sole illuminano questa nostra isola di chiara luce .

Nella Cusumano Lombardo

L’albero delle arance

Lungo il tratto veloce che collega Sciacca Terme ad Agrigento, appare sul lato destro un grande cartello che propone al viaggiatore “RIBERA CITTA’ DELLE ARANCE” e di fatto nella stagione della zagara, abbassando i vetri dell’auto, si è avvolti da una forte ondata di profumo proveniente dagli aranci in fiore.

La piccola città della mia infanzia viene così definita per la ricca produzione di agrumi che ha consentito agli abitanti un certo benessere più nel passato che nel presente, purtroppo per la concorrenza dei paesi produttori di arance come la Grecia, il Marocco o la Spagna.
La coltivazione dell’arancio è tipica di quella zona come di tante altre dell’Italia meridionale e insulare, ma le origini del nostro albero ci riportano al magico Oriente: il nome deriva dal persiano “ narang”, i Romani forse lo conoscevano nel I secolo d.C. ma solo dalla Cina venne introdotto in Spagna e in Portogallo agli inizi del sec.XIV. Si legge che Vasco de Gama, nel diario della prima missione portoghese in Oriente, accenna alle arance in questi termini: “sonvi melancrie assai, ma tutte dolci” ed è facile immaginare che l’arancia comune venisse chiamata “Portogallo” o partuallu per la conoscenza che ne ebbero gli esploratori portoghesi. Negli anni successivi al 1520, gli agrumi erano diffusi in Italia e non solo il nostro albero, ma il bergamotto, il pompelmo, il mandarino e il mandarancio.
Molte note interessanti ci riportano all’arancia, frutto particolare per i sali minerali che contiene e per le vitamine B ,C e P, quest’ultima detta anche “rutina” utile a rinforzare e a rendere più elastici i vasi sanguigni. Affermano gli studiosi che la spremuta d’arancia è indicata anche in caso di disturbi epatici e gastrici e può essere consumata pure dai diabetici, dato che la presenza di zuccheri è relativamente scarsa. Il nostro frutto dorato è prezioso per la nostra salute perché ci offre un mix di sostanze utili per la prevenzione del cancro, per l’equilibrio del sistema nervoso e per ridare energia alle persone affaticate e vittime dello stress. Inoltre l’arancia amara definita comunemente “selvatica”, serve all’estrazione degli oli essenziali utilizzati per la preparazione di liquori e di profumi. La nostra Sicilia coltiva ottime varietà di arance che sui mercati europei ed italiani vengono apprezzate poco a causa della concorrenza di alcuni paesi del Mediterraneo, come ho già detto, che forniscono un prodotto di qualità inferiore a minor prezzo… L’errore va rintracciato nella crisi generale del nostro sistema economico per non dire altro.
Ritornando all’arancia, che mi riporta ai tempi della mia infanzia, molti dolcieri specialisti nella creazione dei “pupi di zucchero”, riuscivano a preparare anche le arance di zucchero, enormi e coloratissime, con sfumature rosate e adorne di due grandi foglie di stoffa. Per la “festa” dei morti, nel vassoio colmo di regali, si facevano notare le arance di zucchero insieme frutta di martorana, qualche giocattolo e i taralli, al gusto di limone o di cioccolato. Le preziose arance venivano consumate per ultime, quasi a voler godere della loro bellezza e armonia quanto più possibile. In prossimità del Natale, anche il nostro presepe, allestito in un angolo della sala d’ingresso, ricordava l’albero delle arance per la presenza di un gruppo di statuine che mia madre aveva acquistato a Palermo, in un negozio della via Roma. Erano raffigurati l’albero con le arance mature, il contadino che si apprestava a salire su una scala appoggiata ai rami e l’asinello carico delle ceste adatte a contenere il frutto raccolto. Il gruppo era ammirato dai bambini e dagli adulti che avvertivano una “serena letizia” specie se si accendevano le luci colorate intermittenti.

Noi ragazzi quasi per gioco davamo un nome ad ogni personaggio riferendoci ai nostri cugini e agli adulti, ragion per cui il Natale era una grande festa di famiglia attesa più di ogni altra per il raduno, nell’antica casa di mia nonna Tina, delle zie, sorelle di mia madre, con i loro familiari. Intorno alla tavola lunghissima addobbata con foglie di alloro e arance, stavamo sedute 30 e più persone, liete di condividere il cibo semplice di allora, i dolci natalizi e la frutta, un trionfo di agrumi, dal limoncello ai mandarini e alle arance, sempre presenti in tutte le varietà, per illuminare ancora di più il nostro Natale.

Nella Cusumano Lombardo

torta soffice allo yogurt bianco

Ingredienti

1 vasetto di yogurt bianco

1 vasetto  di zucchero

1 vasetto di olio di semi di girasole

2 uova intere

buccia grattugiata e succo di 1 limone

farina 00 quanto basta

1 bustina di lievito per dolci

Procedimento

Lavorare le uova intere con lo zucchero, aggiungere un po’ alla volta il vasetto di yogurt, l’olio di semi, la buccia e il succo di limone. Infine mescolare il tutto aggiungendo poco per volta la farina, fino ad ottenere un impasto morbido e fluido, quasi a nastro. Per ultimo va unito al composto il lievito per dolci. Sistemare in una pirofila imburrata e infarinata e cuocere in forno moderato per 20/30 minuti. Ottimo per la prima colazione e per la merenda.

n.b. Utilizzate lo stesso vasetto dello yogurt per lo zucchero e per l’olio di semi.

Peperoni gustosi

Ingredienti

3 peperoni gialli o rossi ( mai verdi)

2 cipolle dorate di media grandezza

2 cucchiai di capperi sottaceto

1 cucchiaino di sale

2 cucchiai di acqua

1 cucchiaio di origano

2 cucchiai di olio di oliva

2 cucchiai di pangrattato

Procedimento

Mondare i peperoni e le cipolle, tagliarli a strisce larghe 1 dito e sistemare il tutto in una casseruola antiaderente aggiungendo il sale e 2 cucchiai di acqua. Coprire con un coperchio e lasciare cuocere a fuoco basso per 15/20 minuti rimescolando con un cucchiaio di legno.

Appena verificata la cottura, spegnete e mescolate le verdure aggiungendo l’olio, i capperi e l’origano. Servite dopo aver aggiunto il pangrattato.

Ottimo come contorno per carni o pesce arrosto.

Il gelsomino

La pianta del gelsomino, molto diffusa in Sicilia e nelle regioni del Nord-Africa, è originaria dell’Asia centrale e si coltiva in molte zone temperate come rampicante. Il nome deriva dal persiano yàsamìn, i rami arrivano fino a 10 metri di altezza, con foglie imparipennate e fiori bianchi molto odorosi che compongono una pannocchia terminale. Diverse e interessanti le varietà del gelsomino : spontaneo e dai fiori gialli viene detto jasminum fruticans , grandiflorum dell’India detto anche gelsomino di Spagna, odoratissimum, coltivato per ricavarne l’essenza specie nelle zone della Francia meridionale e in Sicilia.

In India e in altre regioni calde esiste il gelsomino detto “sambac” che durante l’inverno porta graziose pannocchie di fiori bianchi molto profumati che poi diventano rossi. Forte e indefinibile il profumo del gelsomino nelle notti calde d’estate quando le cicale diffondono il loro canto non sempre gradevole e una coltre di aria densa e rossastra si addensa sul mare liscio come l’olio e bleu scuro per il sopraggiungere della notte. Al mattino “si raccolgono fiori e frutti” suggerivano gli anziani perché sono più freschi e profumati e anche oggi queste regole penso vengano osservate da un buon numero di persone amanti della natura e in specie dei fiori.

Le mattine d’estate si mettevano a bagno in un bicchiere d’acqua un bel po’ di fiori di gelsomino e si lasciavano per alcune ore del giorno, coprendo il bicchiere con un piccolo tovagliolo di stoffa per ricavare “l’acqua di gelsomino” necessaria alla preparazione del gelo di mellone o meglio della gelatina di anguria, una specialità siciliana molto diffusa a Palermo e dintorni. Il succo dell’anguria filtrato veniva mescolato allo zucchero, all’amido per dolci “Biancaneve” e all’acqua di gelsomino, poi cotto come un normale budino, veniva servito con gocce di cioccolato nero. Una delizia così rara era preparata in estate, tempo delle angurie dalla polpa rossa e saporita, e se nelle dolcerie il “gelo di mellone” sembra eccessivamente dolce, quando viene preparato a casa acquista un sapore e un fascino particolare. Mio padre era solito sentenziare : i dolci migliori sono quelli fatti a casa, lo stesso valeva per il pane, la pasta e altri piatti e concludeva “il migliore ristorante è casa mia”.

Il nostro gelsomino mi porta lontano come possono dire i miei lettori, ma la vita familiare in Sicilia è ancora oggi avvolta di sacralità, si avvale di tradizioni e di riti che vengono ripresi e osservati specie se arriva un ospite. Gli antichi Greci consideravano l’ospitalità un dovere oltre che un piacere e l’ospite era sacro; anche ai nostri giorni nelle piccole città e in alcune località della Sicilia meno conosciuta, ospitare amici o parenti che vengono da lontano, si trasforma in un avvenimento particolare che coinvolge tutti i componenti di una famiglia.

Nella Cusumano Lombardo

Il ficodindia

Rileggo le pagine di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, ritrovo la “selva di fichidindia”che l’autore vede dal trenino che lo riconduce nel paese di sua madre, per un tragitto di ferrovia secon – daria che porta da Siracusa verso le montagne : “erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra dei fichidindia…”. E tra i fichidindia apparivano case… si attraversava la galleria, si era di nuovo tra i fichidindia e scogliere di roccia”.

Il ritorno dell’autore in Sicilia per rivedere la madre è come tutti i ritorni un viaggio dell’anima, una riscoperta di cose già note e custodite nel profondo come in uno scrigno: il “ritorno” alle proprie radici si traduce in appassionata ricerca di un vissuto che è proprio di una singola persona ed è comune a tante altre persone che hanno segnato il percorso di ciascuno.

La nostra pianta è originaria del Messico, dove in epoca precolombiana era già coltivata in parecchie varietà, attualmente cresce in Australia, in India, nel Mediterraneo, in Africa meridionale e in California. Il suo nome “opuntia ficus –indica” va riferito sia alla pianta che al frutto, che si trova armoniosamente attaccato ai rami ellittici e carnosi detti comunemente pale, di color un po’ glauco che spiega la frase di Vittorini “di pietra celeste”.

La pianta può raggiungere i 5 metri di altezza e il fiore si sviluppa al margine superiore delle “pale”o cladodi e si presenta con petali colorati e leggeri come di stoffa con numerosi stami, il frutto è una bacca ovoide e ombelicata all’apice e con ciuffi di spine che non rendono facile a raccolta. Raccogliere fichidindia richiede prudenza e abilità: di solito quando i frutti si presentano colorati e maturi, il contadino li stacca dalla pianta con un taglio netto avendo cura di far cadere il delizioso frutto in un sacchetto tenuto molto vicino ai rami o meglio alle “pale”.

Le bucce mescolate alle pale e ad altri mangimi servono da foraggio, la polpa si utilizza per preparare la cosiddetta mostarda di ficodindia simile alla mostarda di uva e molto diffusa nelle zone della Sicilia orientale. Lo stesso Vittorini racconta: “…Si aveva il maiale qualche anno, nelle case cantoniere, lo si allevava a fichidindia, e poi lo si ammazzava… Io dissi : – Si faceva la mostarda….E mia madre:- Si faceva ogni sorta di cose…I pomodori seccati al sole…I mostaccioli di fichidindia. Si stava bene – io dissi, e lo pensai, pensando ai pomodori a seccare sotto il sole nei pomeriggi di estate senza anima viva in tanta campagna”. Ritorna il tema della ricerca “del tempo perduto”, il ricordo dell’infanzia trascorsa, felice perché lontana o felice di per sé, come stagione privilegiata e innocente per ogni essere umano.

Oggi in Sicilia le piante di ficodindia sono più rare forse perché si va in cerca di qualcosa che non appartiene alle nostre tradizioni e si dimentica anche il passato di questa nostra terra, ricca di fiori, di frutti e di spine che talvolta diventavano aculei pronti a trafiggere la carne e l’anima dei siciliani.

Nella Cusumano Lombardo

Il melograno

I versi del Carducci ritornano immediatamente alla memoria di ciascuno se incontriamo un albero di melograno, che nella prima parte dell’estate si adorna di “bei vermigli fior”, per donarci i suoi frutti all’inizio di ottobre. Il poeta nel 1871 compose “Pianto antico” per ricordare il suo bambino, Dante, strappato all’affetto dei suoi cari, quando la vita incipiente sembrava schiudere orizzonti luminosi e tracciare percorsi di gioia e di speranza.

Il melograno simbolicamente significa la vita per i suoi numerosi chicchi di color rosso-rubino che sono i semi racchiusi in un frutto, la melagranata, particolare per la sua sfericità, segno di perfezione e di compiutezza.
Il Cantico dei Cantici, scritto nel periodo che va dal 400 al 330 a.C. è il carme più sublime della poesia ebraica, forse composto da più poeti o da uno solo in diversi momenti, ricco di molteplici simboli che nascondono figure e significati relativi alla teologia oppure a miti arcaici o a tradizioni scomparse. Gli interpreti cristiani vedono nel Cantico il mistico legame tra Cristo e la sua Chiesa: amore spirituale che, per essere pienamente compreso dalla mente umana, è stato espresso nelle forme sensibili dell’amore tra due giovani. Troviamo nei versi ricchi di cromatismo accentuato, un inno alla bellezza e all’amore: “spicchio di melograno sono le tue gote/ dietro il tuo velo …/ i tuoi rivi fanno un giardino/ di melograni con frutti squisiti…” e ancora: … “Ero discesa nel mio giardino/ a vedere i germogli della valle/ a vedere se occhieggiava la vite/ se fiorivano i melograni” … e poi … “si aprono i fiori/ e gemmano i melograni” … Il dialogo tra i due giovani s’illumina di colori, di suoni e di immagini campestri tipici di un giardino magico, simile al paradiso terrestre, luogo di delizia e di perfezione. Ricorrono non solo immagini di fiori e di piante, ma figure di animali come la colomba, la tortora, la gazzella, la cerva, che vedremo anche nei mosaici bizantini e negli affreschi e dipinti del Cinquecento, a significare le più nobili virtù come la purezza, la semplicità, la modestia, l’innocenza.

In questo nostro pianeta le virtù sopravvivono nonostante tutto e l’innocenza propria dell’infanzia mi riporta ai doni che in Sicilia i bambini ricevono giusto il giorno dei morti. Il 2 novembre degli anni 50, mia sorella ed io eravamo felici di “trovare” i regali dei morti: c’era di tutto, dalle arance di zucchero colorato ai pupi di zucchero, dalla frutta di martorana al giocattolo, al frutto del melograno. Solo che i piccoli non comprendevano il significato dei doni e tantomeno la simbologia della melagranata e si fermavano ad osservare i doni dei morti ai bimbi di famiglie modeste: solo qualche tarallo bianco o colorato, un paio di calzettoni e una melagranata, perché mai? Qualche adulto spiegava la disuguaglianza col dire : i morti sanno portare i doni più belli ai più buoni … Per tutta la giornata del 2 novembre i piccoli girovagavano per le vie del paese mostrando ad amici e parenti i doni e ponendosi mille domande, che ancora oggi non trovano risposta.

Nella Cusumano Lombardo